«BLAK AND BLU - Gary Clark Jr.» la recensione di Rockol

Gary Clark Jr. - BLAK AND BLU - la recensione

Recensione del 11 dic 2012 a cura di Michele Boroni

La recensione

La storia di Gary Clark jr e di questo disco sono perfette per raccontare come vanno ancora le cose nel mondo discografico mainstream.
Gray Clark jr è un chitarrista, è nero, è del 1984 e viene da Austin. Fa blues e lo fa da Dio. Gran stile, tra la tecnica di Buddy Guy e le sporcature di Kurt Cobain, ma è evidente che in molti ci vedono un redivivo Jimi Hendrix.
Incide un paio di Ep, uno di questi “Bright Lights” è un gran successo di critica e si fa notare dai principali influencers del music biz. Rolling Stone lo inserisce tra i migliori dischi del 2011, e Questlove dei Roots lo definisce “un ep che in poche canzoni dice più di 10 album". In effetti lo stile è rock blues, ma dentro ci sono stratificate una serie di stili contemporanei, dal beat dell'hip-hop alle melodie r'n'b fino al neo-folk; segnali non evidenti e didascalici a un primo ascolto, ma che poi emergono e lo allontanano dal rischio del banale revival retromaniaco. Ah, non ultimo, Gary Clark ha pure una voce bella e versatile, che va dall'urlo gutturale al falsetto.
Forte di queste doti e credenziali Gary Clark presenzia all'evento Red, White and Blues alla Casa Bianca e partecipa al Crossroads Guitar festival accanto a B.B.King, Clapton ed altre stelle delle sei corde.
La Warner fiuta il potenziale economico e lo mette sotto contratto. Possiamo immaginare le mail tra i dirigenti della major del tipo “Ehi, tirate fuori il Crystal, abbiamo il nuovo Lenny Kravitz”. La produzione è curata direttamente da Rob Cavallo, presidente della Warner Bros (già produttore di Green Day, Avril Lavigne e My Chemical Romance) affiancato da Mike Elizondo, collaboratore di Dr.Dre e scopritore di Eminem e 50cent.
Il risultato è questo “Blak and Blu”, disco che definire schizofrenico è un eufemismo.
Si parte alla grande con “Ain't Messin' Round” e “When My Trains Pulls in”, possente soul rock con venature blues. Poi però purtroppo subentra l'ecumenismo dei produttori che, per non scontentare nessuno, mettono nel calderone il pezzo r'n'b (“Blak and blu”) e il tritto rocknroll FM oriented (“Travis county”), la traccia folk (“Next door neighbor blues”) e il soul di Al Green (“Things are changin'”), la canzoncina pop (“The life”) e il pezzo rock (“Numb”) tra Hendrix e Kravitz.
Già, Lenny Kravitz. Ascoltando “Blak and Blu” non si può evitare di fare un confronto con il “Let Love Rule” del 1989. Laddove però il citazionismo e i continui di cambio di registro e di genere di Kravitz erano ingenui ma genuini, qui si sente che c'è una pesante forzatura della produzione - come in un X Factor qualsiasi - così invadente da tarpare le ali al talento di Clark.
Ed è un peccato che il risultato sia così pasticciato, perché il chitarrista non solo se la cava egregiamente con il blues torrido e sudato (“Bright Light” già contenuta nell'ep e la lunga “Third stone from the sun...”), ma anche nelle ballad à la Prince (“Please come home”) con echi di puro soul Stax.
Il voto quindi è il risultato delle media di 4,5 stelle che si merita l'artista e 1,5 stelle per l'invadente produzione che, per non scontentare nessuno, tende a standardizzare e omologare il tutto.
Lo aspettiamo presto dal vivo.



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