Andy Stott - LUXURY PROBLEMS - la recensione

Recensione del 05 dic 2012 a cura di Ercole Gentile

Voto 8/10
Andy Stott viene da Manchester, la città grigia e industriale dell'Inghilterra per eccezione. C'è qualcosa di profondo che lega indissolubilmente il produttore, il suo suono e la sua anima, alle atmosfere cupe del suo luogo d'origine. Una sensazione percebile in ogni singolo istante del suo nuovo album “Luxury problems”. Se con i suoi due precendenti dischi (“Merciless” del 2006 e “Unknown exception” del 2008) Stott ha riscosso consensi nel panorama underground, “Luxury problems” è il suo vero trampolino di lancio verso un più vasto mondo musicale.

Merito del suo riuscito tentativo di trasformare le pietre dub-techno in qualcosa di più malleabile e aperto, fermo restando quel già citato legame con le atmosfere oscure e cupe, onnipresenti all'interno di questo nuovo disco. La chiave di volta è principalmente l'uso della voce femminile in molti dei pezzi di “Luxury problems”, prestata dalla sua insegnante di canto di quando era bambino (e cantante d'opera) Alison Skidmore. “Numb”, ad esempio, parte proprio con la voce in loop, tra atmosfere sospese nere come la pece ed una cassa che entra solo dopo due minuti e mezzo a 'squassare' con freddezza tutto il pezzo. Ci si possono sentire anche echi di trip-hop da queste parti e si può tranquillamente dire che siamo di fronte ad uno dei pezzi più interessanti dell'intero panorama elettronico inglese del 2012. Sugli stessi livelli troviamo “Sleepless”: due minuti di suoni industriali, prima che la tensione inizi a salire ed esploda con un beat che sfiora la house prima e la techno a bassi bpm poi; sulla stessa lunghezza d'onda “Hatch the plan”, che però si differenzia per il cantato di Alison che taglia in due la canzone, per un totale di quasi nove minuti che non pesano affatto. La title-track è altresì degna di nota, con il suo ritmo incalzante e cangiante, ballabile e sbilenco allo stesso tempo, inglobato da un tappeto di bassi scurissimi.





Più difficile da digerire invece “Expecting”, che sfiora territori sperimentali e rumoristi, mentre “Up the box” si sposta nella jungle e nel drum'n'bass, prima di affidare la chiusura alla voce quasi bianca della Skidmore per “Leaving”, il brano più 'solare' e celestiale del lotto, quasi ad indicare che, nonostante tutto questo buio, alla fine una luce arriva sempre a rischiarare la situazione. “Luxury problems”, da assaporare con calma e rigorosamente in cuffia, è un lavoro col quale a volte si fa fatica a convivere talmente è oscuro, ma che poi riesce a conquistare ascolto dopo ascolto, grazie a formule sorprendenti che, secondo il modesto parere di chi scrive, influenzeranno in qualche modo chi verrà dopo. Seminale.

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