«TURN ON THE BRIGHT LIGHTS (10TH ANNIVERSARY EDITION) - Interpol» la recensione di Rockol

Interpol - TURN ON THE BRIGHT LIGHTS (10TH ANNIVERSARY EDITION) - la recensione

Recensione del 04 dic 2012 a cura di Mattia Ravanelli

La recensione

Dieci anni fa gli Interpol sopravvivevano a un battesimo di fuoco. I dubbi attorno a Paul Banks e soci erano molteplici: qualcuno aveva etichettato la band inserendola nella nuova famiglia di un ipotetico rinascimento musicale che avrebbe preso piede da New York. Dopo gli Strokes, ovviamente. E allora la comunità che vive di pane e dischi-indie aveva storto il naso e gridato alla puzza di bruciato di fronte ai vestiti formali e alle facce pulite e ordinate degli Interpol, provando a bollarli subito come un’iniziativa figlia più di qualche abile giochetto da PR, piuttosto che di una sana necessità d’espressione di genio (in senso letterale). Se mai è poi, effettivamente, esistita una vera e propria scena di New York che ha preso piede dopo il debutto tanto del gruppo di Casablancas, quanto dalle undici tracce di “Turn on the bright lights”, è argomento discutibile ma di scarso interesse e ancor minore rilievo. Questo perché, comunque la si voglia vedere, gli Interpol hanno avuto comunque qualcosa da dire: non erano il giochetto di una major (tanto che “Turn on the bright lights” uscì per la Matador) e nemmeno la copia mal riuscita dei Joy Division, altra freccia scoccata direttamente al cuore del progetto sostenuto sia dalla voce di Banks che dal basso sontuoso di Carlos D. e dalle trovate alla chitarra di Daniel Kessler.

Che “Turn on the bright lights” abbia riacceso le luci in direzione dell’epica e tragica storia musicale della band di Ian Curtis è ovvio, come è ovvio che si trattasse di una sana influenza e non di un scondinzolante citazionismo fine a se stesso. Altrettanto innegabile è che gli Interpol non siano mai riusciti a replicare l’efficacia, la potenza, il trasporto e la classe cristallina di quel primo LP, storia che, curiosamente, essere messa in parallelo proprio con quella degli Strokes. Per festeggiare i due lustri che separano l’uscita originale dell’album, avvenuta in piena estate peraltro (quale errore!), Universal e la band hanno assemblato un’edizione rimasterizzata accompagnata da un booklet di 28 pagine, un DVD con i tre video (“PDA”, “NYC”, “Obstacle 1”) e alcune esibizioni live della prima ora, ma soprattutto un CD extra. Il solito CD di extra, verrebbe da dire, a ragione oltretutto: la band aveva preparato quel disco per cinque anni, ma non era evidentemente rimasto molto al di fuori della tracklist conosciuta e apprezzata dal pubblico nelle dieci stagioni successive.

Fanno parte del pacchetto canzoni già conosciute in altre forme (tra cui “Precipitate”, “Song seven”, “A time to be so small” che farà parte del secondo disco, “Antics”) o, nella maggior parte dei casi, demo e versioni alternative che non aggiungono molto di nuovo, ma che permettono di inserirsi nella storia del disco stesso. Di interpretare e vivere, pur con ovvio ritardo, il processo che ha portato alla definizione della forma finale di gioielli che hanno resistito perfettamente al tempo. Su tutte spiccano la demo di “Roland”, con un cantato più scomposto e vitale, comprensibilmente meno rifinito e, alla fin dei conti, ancor più vicino allo stilema Joy Division. Con “Get the girls” le influenze new wave e post punk inglesi sono accecanti, pare di essersi imbattuti in un curioso inedito di “Three imaginary boys” (The Cure), ed è tutto tranne una critica, sia chiaro. Qualcuno potrebbe rimanere spiazzato dalla “third version” di “Leif Eriksson”, manchevole di uno dei passaggi di maggior impatto sia della canzone finale, sia dell’intero album. Ma è questo che va cercato in una raccolta di prove, di tentativi, di bozzetti, capaci di infondere un tocco più umano e aggiungere un senso di incertezza, tipica del debutto, a un disco che, al contrario, pareva fin dal primo ascolto l’opera di una band abile, convinta e maestra nell’assemblare 50 minuti di tensione cui era impossibile resistere.
La versione rimasterizzata di “Turn off the bright lights” non regala chissà quali nuovi scorci, ma ricorda semplicemente quanto fosse d’impatto l’opera originale. La produzione di Gareth Jones, già su Depeche Mode ed Erasure, aveva funzionato e continua a funzionare: nel crescendo della chitarra malaticcia e nell’ammorbante basso di “The New”, nell’assolo evocativo della già citata “Roland”, nell’intro di “Stella was a diver and she was always down”, nel confessionale di “NYC” e “PDA”... negli improbabili giri funky di basso di Carlos D., quasi a puntellare lastre di marmo bollente.

Dieci anni fa gli “Interpol” si presentavano da semisconosciuti a un concerto gratuito al Rolling Stone di Milano, oggi girano tra palazzetti e arene, sono tornati in Matador, hanno salutato il loro bassista e pur se non possono dirsi poco riuscite, le uscite discografiche successiva a “Turn on the bright lights” non hanno saputo elaborare una miscela altrettanto fortunata. Tutto ciò a cui gli Interpol non sono sopravvissuti, è il loro primo LP. Ma considerata la qualità dello stesso, in pochi ne sarebbero stati capaci. (Ri)scopritelo ora.


TRACKLIST: (CD1) “Untitled”
“Obstacle 1
“NYC”
“PDA”
“Say hello to the angels”
“Hands away”
“Obstacle 2”
“Stella was a diver and she was always down”
“Roland”
“The new”
“Leif Erikson”

(CD2)
“Interlude” (iTunes single)
“Specialist” (Interpol EP)
“PDA” (First Demo, 1998)
“Roland” (First Demo, 1998)
“Get the girls” (Song 5) (First Demo, 1998)
“Precipitate” (2nd Demo, 1999)
“Song seven” (Original Version)(2nd Demo, 1999)
“A Time to be so small” (Orig Version) (2nd Demo,1999)
“Untitled” (Third Demo, 2001)
“Stella (Third Demo, 2001)
“NYC” (Third Demo, 2001)
“Leif Erikson” (Third Demo, 2001)
“Gavilan” (Cubed) (Third Demo, 2001)
“Obstacle 2” (Peel Session, 2001)
“Hands away” (Peel Session, 2001)
“The new” (Peel Session, 2001)
“NYC” (Peel Session, 2001)
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