«HANDS OF GLORY - Andrew Bird» la recensione di Rockol

Andrew Bird - HANDS OF GLORY - la recensione

Recensione del 28 nov 2012 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

I suoi dischi starebbero comodi nello stesso scaffale di Bon Iver , di Iron &Wine , dei Low Anthem e della Handsome Family , ma Andrew Bird è una presenza singolare, originale e intrigante in un mondo fin troppo affollato e omologato com'è diventato di questi tempi l'indie-folk americano. Ne ha avuto una riprova chi l'ha visto di recente dal vivo (è passato giusto due settimane fa, il 14 novembre, ai Magazzini Generali di Milano) o chi ha tenuto le antenne abbastanza dritte per seguire una carriera discografica iniziata a metà anni Novanta e che già conta sette episodi, più tre con i Bowl of Fire.

L'ultimo, questo "Hands of glory", è un "maxi EP" di 35 minuti nonché, come avverte lo sticker apposto alla confezione, un "companion piece" del precedente "Break it yourself" uscito a marzo. Complementare ma anche molto diverso, perché se quello era un raffinato ed eccentrico esercizio di art pop condito in salsa roots questo è il suo specchio, un disco dalle sonorità rustiche e neotradizionaliste che ha trovato perfetta ambientazione nell'ex granaio nei dintorni di Chicago che Bird ha eletto a suo home studio.

Trait d'union essenziale tra i due capitoli è l'uso costante dello strumento preferito dal cantautore/chitarrista: il violino che in quest'ultima prova, come scrive Pitchfork recensendola, è usato in modo meno sofisticato e più agreste (l'inglese propone anche un sostantivo appropriato, fiddle invece di violin). Il trattamento è riservato a un brano di "Break it yourself" rielaborato ("Orpheus looks back", che qui diventa "Orpheus" e asciugandosi nell'arrangiamento esalta la bella melodia), a pezzi inediti e a cover di brani più o meno noti: bellissima quella di "If I needed you" di Townes Van Zandt, dove prima di una suggestiva chiosa a cappella aleggia un'atmosfera da Band e da Big Pink, mentre "When that helicopter comes" è pescata dal serbatoio della succitata Handsome Family, ha un sapore western blues e qualche vaga reminiscenza dei Violent Femmes di Gordon Gano, tra i primi negli anni Ottanta a dare una scossa al "trad". Insieme a "Three white horses", lo spettrale e suggestivo titolo che apre il disco, il brano firmato da Brett e Rennie Sparks presidia il versante più elettrico, ma sempre molto spartano, del disco. Il resto viaggia invece sulle frequenze di un suono prevalentemente acustico ma composito grazie ai contributi del trio che accompagna Bird anche in questa occasione, Martin Dosh alla batteria, Alan Hampton al basso e Jeremy Ylvisaker voce, chitarra nonché membro degli Alpha Consumer dal cui repertorio proviene "Spirograph", quieta e malinconica ballata che è un altro dei pezzi forti della raccolta. Sono però "Railroad bill" e la conclusiva "Beyond the valley of the three white horses" a rappresentare le due polarità del disco ma anche della poetica musicale di Bird: il primo una vivace canzone tradizionale da ferrovia riletta in modo ortodosso e in chiave western swing, la seconda una sorta di lungo sogno ad occhi aperti con motivi ripetuti in loop, effetti stranianti, una melodia vocale a bocca chiusa e sentori di musica hawaiana.

Fedele alle radici ma sottilmente iconoclasta, Bird appartiene a quella stirpe sempre più numerosa di giovani americani che si avvicinano al folk, al country e al gospel per riaccenderne lo spirito preservandone la capacità di evoluzione e di adattamento ai tempi. Ha idee, talento, il physique du rôle e un bel vento a favore alle spalle. Magari con il prossimo album va in testa alle classifiche (intanto "Break it down" si è issato più che onorevolmente fino al numero 10 della classifica di Billboard). Altrimenti va bene lo stesso, la sua è musica destinata a non pigliare troppa polvere nello scaffale di cui si diceva.
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