Questo è l’effetto che fa “Into the future”; macchina del tempo e amarcord, certamente, ma con elementi di forte e consapevole evoluzione. In poche parole, questo nono album dei rastafariani di Washington è il terzo elemento di un’ipotetica trilogia/manifesto insieme al devastante debutto omonimo e “I against I”; un arco in cui dal rabbioso hardcore punk con svarioni reggae degli esordi si passa al metal/punk/reggae/dub destrutturato per giungere a una forma compiuta in cui i quattro generi si amalgamano e armonizzano, piuttosto che restare accostati o incastrati come nei lavori precedenti.
L’atmosfera è tesissima: i riff duri come sassate, la voce di H.R. in bilico tra la follia a vene gonfie sul collo e la nenia da santone rasta impregnato di ganja e spirito di Jah, i pezzi articolati e pieni di stop & go… è chiaro che “Into the future” è un gran disco, a dispetto della fama di band in decadimento che i Bad Brains si sono guadagnati ormai da tempo. Ebbene se quel decadimento è stato l’occasione per toccare il fondo e rialzarsi così, ben venga.
I quattro punk/metal/rasta “all black” – per la cronaca, formazione classica: H.R. alla voce, Dr. Know alla sei corde, Darryl Jenifer al basso e Earl Hudson alle pelli – hanno tiro da vendere e ci travolgono con 13 pezzi brutali, ma non scontati, che si dipanano seguendo linee bizzarre e sorprendenti. Ci sono vere gemme come “Youth of today”, che inizia con impeto punk e si trasforma in un pezzo dalle forti tinte dub; schegge di violenza hardcore come “Come down”, che attinge a piene mani dal glorioso primo periodo della band; pezzi dub strani e stranianti come “Rubadub love”; e, infine composizioni come “Popcorn”, puro metal gravemente contaminato da cui si capisce come i Bad Brains abbiano influenzato illustri colleghi come Faith No More, Beastie Boys, Living Colour, TV on the Radio e Mars Volta.