«THE HAUNTED MAN - Bat for Lashes» la recensione di Rockol

Bat for Lashes - THE HAUNTED MAN - la recensione

Recensione del 29 ott 2012 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Per il terzo disco, Natasha Kahn / Bat For Lashes, ha scelto l’Umbria. Si è trovata un posticino tra le montagne vicino a Perugia e nella quiete più totale ha registrato “The haunted man”. Lontano da tutti, lontano dalla pressione che il successo inevitabilmente porta con sé. Perché “Two suns” è stato davvero un successo. “Fur and gold” una bella sorpresa, “Two suns” un trionfo pop. Natasha però vuole trovare la sua indipendenza, soprattutto musicale, per potersi confermare definitivamente come artista e non come fenomeno, e per questo decide di fare le valigie e partire. Una scelta azzeccata che rientra perfettamente nello spirito di un disco come questo “The haunted man”. Undici pezzi scritti e prodotti manco a dirlo in totale autonomia, che racchiudono in poco più di cinquanta minuti storie di vita vissuta, passato e presente, personaggi immaginari e stati d’animo che ci restituiscono un ritratto completo della Kahn. Un intento fin troppo chiaro già dalla copertina del disco, con Natasha ritratta completamente nuda dal fotografo americano Ryan McGinley. Facile leggerci la voglia, o meglio, la necessità di mettersi appunto a nudo, come è facile notare la connessione diretta con l’opera di Mapplethorpe, e di rimando con Patti Smith.

Suggestioni che la Kahn traduce abilmente in musica, interpretando questa istanza comunicativa con un synth pop molto elegante, soffuso, etereo eppure sempre di grande impatto; il vero marchio di fabbrica del sound Bat For Lashes. Un mix sonoro di culture che vede da una parte il gusto europeo per la melodia (comunque sempre ricercatissima), e dall’altra l’anima pachistana più colorata che va a tingere di esotico gli arrangiamenti, caratterizzando nettamente l’atmosfera senza però andare mai sopra le righe. Un processo che aveva permesso alla Kahn in principio di distinguersi, ma che adesso va considerato a tutti gli effetti fondamento della poetica di un’artista alle soglie della piena maturità stilistica.



“The haunted man” si apre con “Lilies” e “All your gold”, doppietta che con “Laura”, (incredibile ballata iper malinconica per fiati, pianoforte e voce) e Marilyn, costituisce il corpo più immediato dell’album. Chiamiamoli singoli, ed è interessante notare come questi siano caratterizzati quasi sempre da nomi propri di persona. Segno evidente che, come in una sceneggiatura, Natasha scrive i pezzi con bene in mente il personaggio a cui farli “recitare”. “Horses of the sun” invece è una tirata darkeggiante dal chorus luminoso, un contrasto immaginifico di luci e ombre. “Oh yeah” si apre con un coro straniante sostenuto da pattern sintetici che accompagnano il cantato di Natasha; pop minimale che diventa epico nel folk apocalittico per orchestra “Winter fields”, vero e proprio inno da fine del mondo. Sensazione che si ripresenta poi nella bella titletrack, questa volta però in maniera molto più solare. Ma è nel minimalismo, nella commistione di pochi ingredienti accostati con precisione che Bat For Lashes trova definitivamente la sua dimensione ideale: pezzi come “The wall” e “Rest your head” in questo senso sono abbastanza significativi. Menzione speciale infine per la conclusiva “Deep sea diver”, forse la traccia più commovente del disco. La voce limpida si staglia decisa da un background sintetico che lentamente scorre fino a sfociare in una deriva quasi ambient dai toni fortemente evocativi.

La vera chicca di un album che, in sostanza, ha il grande pregio di poter piacere davvero a tutti, senza distinzione. A chi cercava disperatamente un erede di “Daniel” quanto agli amanti del suono più ricercato e poco accessibile. In pratica quello che si disse qualche anno fa di Madonna e del suo (sottovalutatissimo) “Ray of light”. Qui c’è meno elettronica e un tocco vagamente più etnico, ma il concetto di base è quello. Il pop sta forse reclamando la sua nuova regina?
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