«SUNKEN CONDOS - Donald Fagen» la recensione di Rockol

Donald Fagen - SUNKEN CONDOS - la recensione

Recensione del 24 ott 2012 a cura di Michele Boroni

La recensione

Prima di iniziare la recensione, è necessaria una breve premessa.
Nella musica pop-rock ci sono artisti che riescono a creare intorno a loro una sorta di riserva indiana di appassionati (tra cui, incidentalmente, anche chi scrive di musica). I nomi sono sempre quelli: brucespringsteen, bobdylan, neilyoung, petergabriel. Non artisti ma totem, icone. Santini. Perciò quando esce un loro nuovo disco è sempre difficile farne una recensione senza cadere nella trappola dell'esegesi dell'artista, a maggior ragione quando si tratta di uno che, da solista, è riuscito a fare solo quattro dischi in trent'anni.
Ecco, chi vi scrive è un fageniano doc che questa volta proverà a uscire dalla riserva indiana per tentare di vedere le cose dalla giusta distanza (tzè).
Seconda, e ultima, premessa.
Se la reazione al nome donaldfagen è stata “Donald chi?” allora leggete le prossime due righe, per non perdere troppo tempo: se amate la musica lo-fi, quella tutto sudore-lacrime-sangue o vi appassionano le sperimentazioni di ogni tipo, ecco, allora risparmiatevi le prossime righe, ché donaldfagen non fa per voi (…e questo è servizio al lettore, poche storie!).
Veniamo quindi al disco. "Sunken condos" (“Condomini affondati”) viene dopo la trilogia terminata con "Morph the cat" del 2006 (a proposito che ne dite di una bella moratoria alla diabolica pratica di trilogizzare qualsiasi terna di dischi, film, romanzi, evitando a tutti così di trovare forzatissimi fili rossi?) e la prima impressione è che il vecchio Donald sia molto più divertito e libero di scrivere ciò che vuole, anche se, diciamocelo, Fagen è sempre uguale a se stesso. E' inutile che la diligente redattrice del comunicato stampa scriva che il nuovo disco “segna una nuova fase nell'evoluzione creativa di questo innovativo artista”, perché evoluzione e innovazione non sono proprio le primissime parole che ti vengono in mente ascoltando il disco (“per fortuna” urlano da lontano quelli dalla riserva indiana).
Prendete le prime note di “Slinky thing” che aprono il disco: groove serpeggiante su una linea di basso acustico, piano elettrico vintage, chitarra wha-wha e poi quei preziosi tocchi di vibrafono. Roba da acquolina in bocca, puro Fagen trademark. Il disco è, come i suoi precedenti lavori - ancor più dei dischi dei riformati Steely Dan, di cui donaldfagen rimane leader indiscusso - una raccolta di elegante e raffinato mix di funk, jazz, R'n'B e blues. Però qualche differenza c'è.
La presenza del co-produttore Michael Leinhart - trombettista in tour con gli Steelys, polistrumentista da studio e autore di un disco misconosciuto e notevole (“Seahorse And The Storyteller” del 2010 da recuperare) – rende il disco se possibile ancora più sofisticato e preciso dei precedenti, con una particolare attenzione al groove. Ascoltate il singolo che ha anticipato il disco, “I'm not the same without you”: scanalature funk, sinuosi accordi di piano, gli ispirati gorgheggi adenoidali di Fagen e che si conclude con un solo di armonica affiancato da un magistrale fraseggio di ottoni.



Gli amanti degli Steely Dan più blues (quelli di “Pretzel logic”, per intenderci) potranno gioire ascoltando “Wheater in my head”, e quelli del funk per la coraggiosa rilettura di “Out of the ghetto” di Isaac Hayes, unica cover del disco.
Anche i pezzi più facili come “Memorabilia” o quelli che hanno l'impressione di essere degli outtakes di “The Nightfly” come “Miss Marlene” rivelano una chimica raffinata e perfetta tra i musicisti (i migliori session men sulla piazza, ovviamente).
Mancanza di anima, dite? Troppa perfezione? Ok, rileggete le premesse e poi decidete cosa fare.
Ultima nota sui testi. Le liriche di Fagen sono da sempre tra il criptico e ironico; qui l'umorismo e il sarcasmo sono ancora più evidenti e servono a mascherare il dolore o l'età avanzata. Nella già citata “Weather in my head” Fagen canta "They may fix the weather in the world, but what can be done about the weather in my head?" (“Loro possono decidere le condizioni meteorologiche nel mondo, ma cosa possono fare per il tempo nella mia testa?), in “The new breed” - per chi scrive, il miglior pezzo del disco – Fagen è alle prese con un giovane geek presentatogli da una sua vecchia fiamma che ora si è invaghita di lui, mentre il singolo di cui sopra è un'ironica storia di abbandono e di rinascita, una sorta di “I Will Survive” al maschile.
Insomma, se "The nightfly" (1982) rappresenta il modello inarrivabile, questo “Sunken Condos” è quello che più gli si avvicina.
Detto questo, torno nella riserva indiana a godermi questo capolavoro.
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