«WORLD MUSIC - Goat» la recensione di Rockol

Goat - WORLD MUSIC - la recensione

Recensione del 29 ott 2012 a cura di Ercole Gentile

La recensione

La storia c'è. Il nome della band altrettanto. Il titolo del disco pure. La musica è una delle miscele più interessanti ascoltate quest'anno.
Quando si azzeccano tutti questi elementi viene fuori un dischetto come questo “World music”, esordio dei Goat. Un trio svedese che arriva da Korpilombolo, minuscolo paese del Circolo Polare Artico: la leggenda narra che in questa località vivessero stregoni voodoo, che il villaggio fu in seguito bruciato dai crociati cristiani per scacciarli ed i sopravvissuti lanciarono una maledizione su ciò che restò. Il leader Christian Johansson ha rincarato poi la dose dichiarando che i Goat sono sempre esistiti, sono una tradizione musicale del loro villaggio e che gli attuali componenti sono solo un'incarnazione momentanea.
Oltre alle (intriganti) storie, c'è l'immagine mascherata della band (“Non importa chi siamo, ma quello che suoniamo”), c'è un titolo che è tutto un programma (“Pensiamo che tutti suonino 'world music'. Non è un genere”) e soprattutto c'è la sostanza.
Il sound dei Goat parte dalla Svezia, passa per l'Africa, per la Germania e per San Francisco, ed è un gran bel viaggiare.
L'iniziale “Diarabi” è uno psichedelico percorso strumentale, acido fino al midollo; “Goatman” danza su un ipnotico tappeto di percussioni, funk e cori piazzato nella Bay Area di Frisco, mentre “Goathead” mette più in evidenza l'urlata voce femminile su distorsioni, ritmiche funk/progressive e riff hard-rock: a metà il brano si spezza ed una leggera chitarra folk lo conduce dolcemente alla conclusione.
Con “Disco Fever” si fanno le valigie e si parte per l'Africa di Fela Kuti e il suo afro-beat, contaminato da atmosfere tipiche dei Funkadelic di George Clinton: pezzone da ballare fino all'ultima goccia di sudore.
“Golden dawn” ci riconduce in territori hard-rock psichedelici, ma sempre con quel tocco black e cosmico che ritroviamo anche in “Let it bleed”, dove spunta un sax solare e rassicurante per un intruglio afro-funk da brividi.




“Run to your mama” è un altro abbraccio tra rock Seventies, ipnosi e beat, mentre “Goatlord” sembra un inno religioso per un Dio pagano, tra chitarra folk, violini e preghiera finale con insanguinata distorsione elettrica.
I quasi otto minuti strumentali di “Det som aldrig forandras” ci riportano infine a casa facendoci rivivere l'intero viaggio, come una vecchia diapositiva: psichedelia californiana, kraut, percussioni, tutto all'ennesima potenza.
“World music” è un disco derivativo, ma unisce anime talmente diverse tra loro, che riesce in fondo a creare un sound originale, capace allo stesso tempo di muovere le chiappe, fare headbanging e di 'tritarti' il cervello come un acido.
Sopra la panca la capra canta, sotto la panca la capra gode!
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.