«AWAY FROM THE WORLD - Dave Matthews Band» la recensione di Rockol

Dave Matthews Band - AWAY FROM THE WORLD - la recensione

Recensione del 02 ott 2012 a cura di Mattia Ravanelli

La recensione

Lontano dal mondo, ma un ritorno a casa per Dave Matthews e la sua banda, che ritrova Steve Lillywhite al timone della produzione.
Tre anni dopo la festa dolorosa di “Big Whiskey and the GrooGrux King”, dedicata alla veglia del dipartito LeRoi Moore (sassofono) e a oltre dieci dalle incomprensioni che portarono al pasticciaccio delle sessioni per quello che poi sarebbe diventato “Everyday”, la coppia si forma di nuovo. E funziona come chiunque abbia conosciuto e apprezzato la Dave Matthews Band durante i suoi primi tre album (da “Under the table and dreaming” a “Before these crowded street”), si aspetterebbe. “Away from the world” eventualmente rischia di pagare pegno proprio al suo stesso passato: la storia delle minestre riscaldate fatica a funzionare anche quando si parla di produzione discografica.
Un suono ricco e potente, così tipico della Dave Matthews Band, che ha ormai da anni abbracciato una dimensione live capace di trasportare l’allegro carrozzone in giro per i cinquantuno stati degli USA, creando anno dopo anno un seguito fedele e appassionato. Pochi sono i gruppi che possono, oggi, vantare un rapporto tanto efficace dal vivo, vengono in mente i Pearl Jam. E in effetti tra la band di Vedder e quella di Matthews le similitudini si sprecano.
Entrambe portano sul palco, pur se con un dizionario e un campionario sonoro differente, una musica squisitamente americana. Che parte subito in quarta con l’attacco di “Broken things”, sorretta immediatamente dal nuovo sax di Jeff Coffin, pungolata dalle molteplici chitarre che si incrociano e collaborano nel creare un tappeto soffice su cui rotola calda come sempre la voce del leader, pronto però a lasciare spazio agli strumenti. Proprio in questa abilità e voglia di dilatare i tempi trova la sua arma migliore “Away from the world”, quasi mai interessato a raggiungere la classica forma da canzone pop (eppure i “ganci” giusti non mancano: si veda alla voce “Rooftop”), dedicandosi invece a uno spettro più ampio e gustoso di piccole divagazioni strumentali nella struttura stessa dei pezzi.




In 53 minuti c’è il taglio funky di “Belly belly nice” (cui si può comunque rinfacciare qualche vocalizzo un po’ kitsch), la delicatezza piena di speranza di “Mercy”, il ritmo deliziosamente caliente di “Gaucho” graziato da un’altrettanto convincente interpretazione di Dave e la ballata dolce di “Sweet” (qui la mente corre a “Crash”)... ma anche l’impalpabile “The riff”, sempre in attesa di un’esplosione che non viene mai innescata, o la minuscola “Belly full” che pare un po’ spremuta nella sua posizione all’interno della tracklist. Non c’è troppo tempo per lamentarsi, però, perché le corde pizzicate in e da “If only” sono tra le cose migliori successe da tempo al gruppo, anche se il rischio di dilungarsi e di diluire eccessivamente l’idea della canzone è sempre dietro l’angolo. Insospettabilmente, non c’è neanche un secondo buttato nell’epica chiusura da quasi dieci minuti di “Drunken soldier”.
“Away from the world” si prende la libertà di spaziare tra i ritmi più rutilanti e le ballate così tipiche del gruppo, senza in realtà sperimentare alcunchè di nuovo, né provando a intercettare i gusti di un pubblico che non fa già parte della “famiglia”. In questo rappresenta onestamente il suono di una band abituata a vivere sulla strada, salendo e scendendo dai palchi (come ha ben testimoniato lo splendido concerto tenuto a Lucca nel 2009). L’effetto Lillywhite è confortante quanto un ritorno all’ovile, lasciando fuori il mondo, portandosi dentro il proprio.
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