«SWING LO MAGELLAN - Dirty Projectors» la recensione di Rockol

Dirty Projectors - SWING LO MAGELLAN - la recensione

Recensione del 30 lug 2012

La recensione

Un avvertimento prima di iniziare: questo è un disco da sentire a volume piuttosto alto. Non tanto per una questione di empatia o di immedesimazione con gli artisti, quanto piuttosto per un'ottimale comprensione del nuovo lavoro firmato Dirty Projectors. "Swing Lo Magellan" è un album da ascoltare fino in fondo, "in senso verticale": dodici tracce in cui bisogna affondare, di cui è necessario snocciolare e differenziare i contenuti ai minimi termini. Una volta sviscerate le canzoni nei loro minimi atomi multiformi, allora è possibile la risalita. Ed ecco che i brani automaticamente si ricompongono in una singolare armonia sincopata.
"Swing Lo Magellan", inoltre, va ascoltato da soli, esattamente come solo è stato Dave Longstreth al momento - un momento durato un anno - della sua creazione. Lui si è lasciato alle spalle parte delle etichette che, negli anni, si son volute imprimere al buon nome dei Dirty Projectors: seri, precisi, così alternativamente difficili da comprendere, così poco immediati e intellettualmente sofisticati. Tutte queste caratteristiche ancora aleggiano intorno al sestetto newyorchese, ma stemperate da una semplicità di fondo che la band ha cercato di riabbracciare, dopo "Bitte Orca" e - soprattutto - dopo la collaborazione con Bjork (per "Mount Wittemberg Orca", l'EP pubblicato nel giugno 2010). Tuttavia, i retaggi del lavoro congiunto con la cantante di Reykjavik si fanno sentire anche nel nuovo disco dal momento che molti dei brani di "Swing lo Magellan" sono "incentrati su orrore e paura", come ha spiegato lo stesso Longstreth in un'intervista rilasciata a Spin.com alcuni mesi fa, "Le sonorità inoltre ricorderanno proprio quelle della recente collaborazione con Bjork".
Battiti di mani e un coro flautato segnano l'inizio di una fiaba alla mille e una notte. Le voci si modulano languide su alti e bassi, si insinuano sinuosamente nei primi strati di questo "progetto sporco", rivelando la sostanza di "Offspring are blank". Un rock trasognato, intervallato da alcuni momenti di lucidità in cui son le chitarre a prendere il sopravvento. Un sogno che si perpetua fino alle note di "About to die", secondo brano in cui melodia e ritmo sembrano giocare a rincorrersi (come anche in "Dance for you"); a volte si raggiungono a volte si allontanano per poi riavvicinarsi al punto da raggiungere una perfetta sincronia. Una canzone che è un elastico. E la tensione si spezza del tutto con "Gun has no trigger", primo singolo estratto da "Swing lo Magellan", utilizzato dai Dirty Projectors come monito per avvertire i fan del fatto che il loro nuovo album sarebbe stato differente: più comprensibile, più improntato al pop e per questo più accessibile. A dimostrare ciò, lo stesso frontman è intervenuto con una lista di artisti che hanno influenzato l'intero lavoro: Nirvana, Michael Jackson e Neil Young (per dirne tre). Ma "Gun has no trigger" ha qualcosa di più: qualcosa di più tortuosamente simile a un certo brano del 1968, scritto da un certo George Harrison e che menziona una certa chitarra che piange dolcemente ("While my guitar gently weeps", Beatles, 1968). Una dolcezza che tende a ripiegarsi su se stessa, nel sacro nome dello sperimentalismo tanto caro alla band, ma che comunque trabocca - per poi acquietarsi del tutto - in "Swing lo Magellan", la title-track. Per poco più di due minuti tutto si placa: chitarra acustica e batteria si fanno aggraziate in un'atmosfera delicata, ripresa poi, 4 tracce dopo, in "Impregnable question". I suoni poi vengono lasciati nuovamente in libertà, come schizzi impazziti di musica con "Just from Chevron" e "See what she seeing". Si torna alla vecchia maniera, insomma, con assaggi di ritmi sincopati, volutamente accelerati e fuori tempo, seconde voci e grezzi sforzi vocali.
Ma i Dirty Projectors sanno fare altro, o meglio, sanno farlo anche in modo diverso e lo dimostrano con le atmosfere rallentate e allucinate di "Maybe that was it", dal suono vischioso e pesante come una camminata sotto il sole nel deserto. Dopo "The socialites", unico brano interamente cantato dalla soave voce della chitarrista Ambe Coffman, e "Unto Caesar" - bella, pulita, allegra - arriva "Irresponsible tune" a suggellare "Swing lo Magellan".
Per quanto maggiormente comprensibile rispetto ai suoi fratelli maggiori, per quanto "figlio del suo autore ("e non di quello che gli altri si aspettano"), nonché frutto di una profonda analisi intima e personale, il marchio Dirty Projectors è lampante. Giunti al loro sesto lavoro in studio, i sei musicisti hanno saputo rinnovarsi e mettersi in discussione, portando la loro musica a livelli più "bassi", ma a loro modo e senza scendere a compromessi. Una buona prova discografica da aggiungere alla propria collezione, dunque. Ovviamente se si è amanti della sperimentazione.


(Valeria Mazzucca)
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