«REBIRTH - Jimmy Cliff» la recensione di Rockol

Jimmy Cliff - REBIRTH - la recensione

Recensione del 23 lug 2012

La recensione

Che anno è? I ritmi in levare che gracchiano dagli altoparlanti del laptop sembrano arrivare dritti dai Sessanta/Settanta, puro rocksteady e roots reggae di quello che all'epoca usciva a tutto volume dai sound system ambulanti in giro per le strade di Kingston. E' "Rebirth", la rinascita di nome e di fatto di Jimmy Cliff , vecchio leone (ma non troppo: 64 anni) di Giamaica sopravvissuto a Peter Tosh e a Bob Marley , il Sommo che lo spodestò nel ruolo di missionario e simbolo di una nazione ma a cui aprì la strada cercando (e trovando) prima di lui fortuna a Londra grazie alla Island di Chris Blackwell.
Qui il leggendario Jimmy, che Bruce Springsteen celebra tuttora in concerto, di tanto in tanto, con una incendiaria reinterpretazione di "Trapped", chiude anche un simbolico cerchio. Perché fu un altro dei suoi numerosi frequentatori nel giro rock, il mai troppo compianto Joe Strummer, a presentarlo al produttore di quest'album e di un precedente Ep, Tim Armstrong dei Rancid ; e ora è arrivato il suo turno, il momento di farsi rimborsare il tanto che i Clash e i loro epigoni californiani hanno preso a prestito dalla Giamaica per tramite di due cover che sono tra le cose migliori del disco. Kingston-Londra-Berkeley e ritorno: in bocca a Cliff, ugola educata e melodiosa, le parole di "Guns of Brixton" (uno dei classici di "London calling") sono meno minacciose di quando le sputacchiava con rabbia il giovane Paul Simonon ma non meno dirette ed evocative: tra gli anni Settanta e oggi poco è cambiato, e il pensiero corre subito alle rivolte che nell'estate del 2011 hanno incendiato ancora una volta i sobborghi londinesi e l'intera Gran Bretagna. E "Ruby Soho", fiammeggiante inno punk che i Rancid cantavano in uno sfolgorio di chitarre elettriche - era il 1995 di "Out come the wolves" - si trasforma nelle braccia del patriarca in una cantilena pigra e dondolante. Irresistibile, come molte delle canzoni di questo disco a cui Armstrong ha prestato una mano anche in fase compositiva e di incisione, suonando la sua chitarra.
Dopo una sequenza di album snervati, sfocati o viziati dal desiderio di suonare "moderno" a tutti i costi, Cliff aveva un'idea fissa in testa. Riprendere il filo del discorso da dove lo aveva interrotto nel 1969 con il suo primo omonimo album (è identica, almeno nel logo, anche l'etichetta: la mitica Trojan). Restituire a un genere musicale che nelle derive dancehall e ragga s'è incartato sui temi del machismo, dell'omofobia e dei soldi facili il senso, il messaggio, l'ideale utopico di chi voleva e tuttora desidera cambiare il mondo. E' così dalle primissime battute di "World upside down", accordi d'organo e ritmi flessuosi per raccontare un mondo in cui ancora regnano l'ingiustizia sociale, l'ipocrisia religiosa e la tirannia politica: con l'insospettabile energia fisica e spirituale di un Ivanhoe Martin, il fuorilegge filosofo cui Cliff diede voce e volto nel leggendario "The harder they come" nel 1972. La musica è la stessa di allora, un mix vivace e stuzzicante di reggae, pop, rock&roll e soul con un pizzico di James Brown nelle vene ("Outsider", un irresistibile r&b fiatistico da dancefloor, avrebbe spopolato tra mod e skinhead inglesi) e parecchio Sam Cooke , soprattutto quando Jimmy accarezza le tonalità più morbide della sua voce e si inerpica con il falsetto ("Cry no more", un'invocazione d'incoraggiamento alle famiglie precipitate oltre l'orlo dell'indigenza). Con l'aiuto fondamentale di Armstrong, il vocalist dosa bene ritmi e climi: all' uptempo incalzante del singolo "One more", il pezzo più marleyano e "anthemico" del mazzo proposto in due versioni, fa da specchio l'umore soft e rilassato di "Children's bread", una presa di posizione a favore del movimento "Occupy"; al combat rock di "Bang", chitarra twang e atmosfere alla "Sandinista!", la piccola lezione di storia di "Reggae music", in cui vicende personali (il primo contratto editoriale con Leslie Kong nel 1962) si mischiano ai grandi eventi collettivi (l'indipendenza giamaicana, le lotte per i diritti civili, la protesta contro la guerra in Vietnam, con Desmond Dekker e Prince Buster a fare da colonna sonora). Un bel ripasso, come in sostanza è tutto "Rebirth", nella luce solare di "Blessed love", nella brezza di "Ship is sailing", nell'umore carnevalesco e agguerrito di "Rebel rebel". Cliff, fresco come una rosa, ha ancora sogni e grandi ambizioni, i giamaicani di Kingston e Notting Hill hanno ritrovato un grande portavoce.




(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

03. Cry no more
04. Children's bread
05. Bang
08. Outsider
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