«HANDWRITTEN - Gaslight Anthem» la recensione di Rockol

Gaslight Anthem - HANDWRITTEN - la recensione

Recensione del 23 lug 2012 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Tutto cambia per non cambiare, nel mondo di certe band. I Gaslight Anthem non hanno mai fatto mistero di essere un gruppo retro - ma senza essere retromaniaci. Hanno suono, riferimenti e attitudine vintage.
Tutto questo non è cambiato neanche questa volta, per fortuna. E sì che i cambiamenti reali, invece sono importanti: “Handwritten” è il quarto disco, il primo per una major - la Mercury-, il primo prodotto da un nome di spicco del rock mainstream, Brendan O’Brien (responsabile di album di gente come Pearl Jam e Springsteen, da sempre due delle pietre angolari del suono della band di Brian Fallon).
“Handwritten” è retro fin dalla copertina: foto in bianco e nero, testata con font vintage e nomi dei componenti della band, come uno di quegli album di jazz degli anni ’50. Poi ci sono le canzoni. O’Brien ha semplicemente aiutato la band a ripulire un po’ il sound, che rimane schietto e diretto, come sempre, ma ha solo gli strumenti più puliti, qualche inserto nuovo - la 12 corde di “Here comes my man” -, qualche angolo smussato. Il tutto per esaltare il songwriting di Fallon, che passa dal punk-rock di “45” - si, ricorda un po’ nel tema e nel sound “Spin the black circle” dei Pearl Jam - alle ballate come “Mae”, all’acustico finale di “National anthem”.
In mezzo, tanti ottimi brani di ottimo rock, che non si discostano molto dalle produzioni precedenti: e, davvero, va benissimo così. Perché “Handwritten” dimostra che i Gaslight Anthem sono la migliore giovane rock "classica" band in circolazione. Ormai, al quarto disco, non sono più emergenti, non sono neanche più “indie” - ammesso che la loro musica schietta abbia mai avuto a che fare con certi fighettismi di quel macro-genere che vuol dire tutto e niente. Sono una realtà consolidata, e chi non li ha ancora scoperti farebbe bene a mettere le mani su questo album.

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