«CHANNEL ORANGE - Frank Ocean» la recensione di Rockol

Frank Ocean - CHANNEL ORANGE - la recensione

Recensione del 16 lug 2012 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Frank Ocean è diverso da qualunque altro artista emerso nell'ultimo periodo.
Si è guadagnato attenzione raccontando di aver amato un uomo, lui che arriva da un mondo "machista" come la musica black, ambiente persino peggio del nostro omofobo calcio, da questo punto di vista.
Ma non è per questo che è diverso: potrebbe essere stata una semplice trovata pubblicitaria, in vista della pubblicazione del suo disco di debutto “Channel ORANGE”. Invece di questo disco si sta parlando, giustamente, ben oltre questa "notizia". Se ne sta parlando per i suoi meriti artistici: è nella musica la diversità di questo artista.
Ocean arriva da New Orleans, si è fatto un nome scrivendo per Justin Bieber, John Legend. Poi nel 2011 la doppia svolta: una collaborazione con Jay-Z e Kanye West nel disco dell’anno, “Watch the throne” - in cui cantava il ritornello del brano d’apertura, “No church in the wild”; e un album-mixtape, “Nostalgia, ultra”, che non ha mai avuto una vera pubblicazione, ma è finito in molte classifiche di fine anno.
Wd eccoci a “Channel ORANGE”, vero e proprio debutto, pubblicato quasi a sorpresa la settimana scorsa su iTunes: un disco sorprendente, per maturità e stile. Un album che esce da tutti gli stereotipi della musica black, sia musicali che lirici.
Dimenticatevi ritmi iper-sincopati, dimenticatevi machismi ed ego-tripping, qua si torna alle canzoni, alle parole, all'interpretazione. Ocean ha la capacità di fondere generi, di usare suoni e temi inconsueti per il suo mondo. “Bad religion”, da questo punto di vista, è un piccolo capolavoro; la capacità di discutere di massimi sistemi con un taxista, e di farlo in una canzone, e che canzone - una ballata, un semplice organo da chiesa, un tono confidenziale e sofferto. O la ricchezza (criticata, non esibita come negli stereotipi della musica black) di “Super rich kids”. Pochi fronzoli, pochi ospiti (André 3000 degli Outkast, John Mayer - che quasi non si sente), nessun effetto speciale. Musica. Una grande voce, un gran talento narrativo ed interpretativo - già rivelato in “Nostalgia, ultra”, dove si divertiva a ricantare su basi di Coldplay e Eagles. Qua però fa tutto da solo, con canzoni spesso minimali - unica eccezione è la lunga “Pyramids”, peraltro uno dei brani migliori.




Non stupisce che questo disco stia raccogliendo recensioni entusiastiche oltre oceano: è un disco perfetto, che “non ha bisogno di video scioccanti, autotune e autocompiacimenti. Questa è la sua rivoluzione”, come fa notare giustamente PopTopoi . Ed è anche un disco che, per tutti questi motivi, è "cool": state certi che in molti lo esibiranno nelle classifiche di fine anno. Ma, per una volta, hype e grande musica coincidono alla perfezione, e va bene così.


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