«THE IDLER WHEEL... - Fiona Apple» la recensione di Rockol

Fiona Apple - THE IDLER WHEEL... - la recensione

Recensione del 18 giu 2012

La recensione

Sarà, anche anagraficamente, l'anello di congiunzione tra Tori Amos e Regina Spektor , ma Fiona Apple rimane una individualista convinta ostinata nel seguire un suo cammino. "Ragazza interrotta" segnata indelebilmente da un terribile trauma adolescenziale (una violenza sessuale subita a dodici anni di cui non ha mai fatto mistero, anzi), cantautrice precocemente matura che con il disco di esordio "Tidal", nel 1996, fece breccia nel cuore del pubblico non solo "alternativo" conquistando in America il triplo platino grazie a oltre tre milioni di copie vendute. Da allora le cose non sono andate come avrebbe voluto la casa discografica (la Epic/Sony, con cui è venuta ai ferri corti e poi a patti ai tempi di "Extraordinary machine", pubblicato a grande richiesta dopo essere stato respinto al mittente): alti e bassi, due soli dischi prima di "The idler wheel..." (l'ultimo sette anni fa), esistenza problematica, sbandamenti, insicurezze, slanci creativi, resurrezione. La materia di cui sono fatti gli artisti, insomma, e Fiona appartiene sicuramente alla categoria: simbolo "cult" di un certo cantautorato femminile americano un po' "disturbato" che affida le sue contorte confessioni al pianoforte e a una vocalità sofferta, umorale, istintiva.
Anche se la conoscete, "The idler wheel...", contrazione di un altro titolo fiume che non finirà nel Guinness dei primati solo perché preceduto dall'imbattibile "When the pawn...", vi sorprenderà: Fiona ha confezionato il suo disco più estremo, coraggioso e sperimentale il cui unico difetto - non trascurabile - è la scelta di una lingua musicale ostica e di difficile decifrabilità, specie per chi non è in grado di afferrare al volo i guizzi e le osservazioni spiazzanti che infarciscono i suoi testi. E' sostanzialmente un affare a due, o meglio a tre: la sua voce, il suo pianoforte e le immaginifiche percussioni di Charlie Drayton, il coproduttore che fa ritmo con tutto quel che gli capita a tiro, piatti e rullanti, strumenti esotici e strumenti poveri, marimbe e battiti di mani sulle cosce. E, aperto dalle note di una celesta, si inerpica subito su strade impervie a partire dal primo singolo (?) "Every single night": in cui la Apple, prima di abbandonarsi a un refrain che evoca canti tribali nativi americani, confessa candidamente di sentirsi continuamente in lotta con il suo cervello e di volersi abbandonare completamente alle sensazioni. Nel video che lo promuove si fa filmare con un polpo in testa e a letto con un amante dalla testa di toro, e in questo quadro surreale è magari il caso di mettere in conto anche un pizzico di humour. Ma il risultato - lì e nel resto del disco - non è mai musica ammiccante o accomodante, con le percussioni in primo piano nel missaggio e il piano utilizzato talvolta come strumento percussivo a disegnare linee spezzate e sghimbesce su uno sfondo di loop elettronici e di registrazioni "sul campo" (il ronzio dei macchinari di una fabbrica, una bottiglia di plastica lasciata rotolare lungo una scala a chiocciola, voci di bambini festanti raccolte nel giardino di una scuola).
Fiona la contorsionista (così Ann Power su NPR, che diffonde il disco in streaming gratuito) fa scivolare la voce su e giù per il pentagramma usandola come un megafono delle sue fragilità, dei suoi moti di stizza e dei suoi intimi desideri, noncurante o forse scientemente alla ricerca di dissonanze e di sentieri tortuosi: in "Daredevil" le si arrocchisce e si sgretola assumendo sfumature rabbiose, nella notturna "Regret" non si preoccupa di apparire sgraziata e maleducata, in "Hot knife" - un inno alla libido ("io sono un coltello caldo, lui un panetto di burro") - si lancia con quella della sorella Amber alias Maude Maggart in uno spericolato rollercoaster da togliere il fiato.
L'intento è dichiarato: presentare canzoni nude "così da farvi sentire tutto", una concessione al voyeurismo sonoro che sposta molto in alto l'asticella della canzone autoconfessionale introdotta quarant'anni fa da Joni Mitchell. Senza girarci intorno, e pur ricorrendo a un sorprendente vocabolario poetico, Fiona parla di vita reale, la sua in primo luogo: intitolando a un ex fidanzato, lo scrittore Jonathan Ames, una canzone da cabaret sporcata da fragorose eruzioni percussive, e confessando, nella più accessibile "Valentine", le sue pulsioni distruttive indotte dalla gelosia ("mentre tu guardavi qualcun'altra/io ti fissavo e mi tagliavo": roba da psicanalisi).
Poemetti impressionistici più che canzoni, i dieci titoli vivono scanditi da un ritmo interiore e rapsodico con cui non è facile sintonizzarsi, anche se certi punti di riferimento della Apple - il jazz, lo swing, la torch song, il musical, la musica circense: influenze che la Apple ha assorbito da una famiglia di attori, cantanti, cabarettisti e ballerini - sono ancora presenti: i giochi di parole di "Left alone" orbitano intorno a un fraseggio pianistico serpentino e inquietante, la marcetta buffa di "Periphery" evoca gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, "Anything we want" ("sembro una zebra al neon che si scuote di dosso la pioggia dalle strisce") accende finalmente una luce di speranza appoggiandosi a una linea melodica più morbida e intelleggibile. "Non c'è niente di male/ quando una canzone finisce in chiave minore", spiega la Apple in "Werewolf" tratteggiando un'altra relazione tormentata tra "una ragazza sensibile e un superguy", e il nocciolo di un disco affascinante ma quasi inestricabile, in fondo, sta proprio lì. I fan senza se e senza ma della songwriter newyorkese non potevano chiedere di meglio (e infatti sul Web e nelle recensioni americane fioccano lodi e apprezzamenti entusiasti), gli altri si preparino a fare uno sforzo di comprensione e maneggino con cura.



(Alfredo Marziano)
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