«OCEANIA - Smashing Pumpkins» la recensione di Rockol

Smashing Pumpkins - OCEANIA - la recensione

Recensione del 18 giu 2012 a cura di Mattia Ravanelli

La recensione

Quando, era il 2005, Billy Corgan acquistò un'intera pagina del Chicago Tribune per annunciare il ritorno degli Smashing Pumpkins, scrisse di volersi riprendere i suoi sogni. La strada è stata, come da tradizione per la band e il suo leader, lunga e tortuosa. Ma a sette primavere di distanza (lo stesso lasso di tempo che era servito alla formazione originale per scalare le classifiche e, quindi, sciogliersi: 1993 - 2000), può finalmente considerare archiviata la pratica. Quello che verrà da qui in avanti è tutto da vedere, perché di certezze, nella mutevole psiche di un'amabile e insopportabile prima donna come Corgan, ce ne sono poche. Meglio godersi il presente allora, quello rappresentato con insperata efficacia da “Oceania”, settimo disco in studio per il gruppo. Ma primo disco in studio per questo gruppo, quello costituito, oltre a Corgan (voce, chitarre, interviste discutibili), da Nicole Fiorentino al basso, Mike Byrne alla batteria e Jeff Schroeder all'altra chitarra.
Che sia davvero il disco di questi Smashing Pumpkins e non un nuovo episodio solista sotto mentite spoglie di Billy, è evidente a chiunque vorrà accostarsi con animo candido ai sessantatré minuti di musica distribuiti attraverso i tredici episodi di quello che è un album tematico. L'ennesimo album a tema nella carriera delle zucche: con “Mellon Collie & the infinite sadness” era andata che meglio non si poteva, con “Machina / The machines of God” il risultato al botteghino non fu dei più eclatanti. Giusto parlare di disco suonato da una band, avvenimento non banale quando c'è di mezzo l'ego (giustamente) ipertrofico di un artista venerato, soprattutto nei novanta, come Corgan. Ma tra le linee di basso di “Pale horse” e gli innesti di Schroeder in “My love is winter”, tra le armonizzazioni (!) di “Pinwheels” e l'inedito approccio alle pelli, almeno per il suono dei Pumpkins, di Byrne in più tracce... a vincere è una rinnovata sensazione di ricchezza.
Ricchezza delle risorse e delle soluzioni che i quattro usano per pilotare le melodie, mai così solari e vitali, di Corgan verso aperture sognanti o avventure dal retrogusto prog. Sono questi i sogni di cui si riappropriano gli Smashing Pumpkins con “Oceania”: quei sapori eterei che resero unico il sound del gruppo quando a dettare legge erano l'etica e l'approccio grunge. I voli pindarici, spesso il singolo motivo per cui la scrittura di Corgan è stata al tempo stesso apprezzata e detestata, tornano finalmente a riprendersi il loro posto, dopo i tentativi volenterosi ma limitati di “Zeitgeist” (2007).
“Oceania” rende ancora più evidente il fraintendimento del progetto “Teargarden by Kaleidyscope” che ha tenuto occupata la nuova band negli ultimi due anni. Là si parlava di distribuire singoli pezzi attraverso il web, ma Corgan e (anche) questi Smashing Pumpkins lavorano al meglio quando possono giocare su di una tracklist completa, col suo ampio spettro di emozioni e suoni, cogliendo comunque le possibilità di infilare clamorosi pezzi pop e concessioni alle programmazioni radiofoniche.
Chi vuole trovare in Oceania la sfrontatezza di “Siamese dream” può farlo con l'apertura di “Quasar” (dove Byrne prova palesemente a imitare lo stile di Jimmy Chamberlin) o con “The chimera” (dove Byrne prova palesemente a fregarsene dello stile di Chamberlin). Chi cerca l'avventura di Mellon Collie può suonare al citofono di “The celestials” o “Panopticon”. Chi è interessato all'approccio marmoreo e voluminoso di “Machina” può interrogare la title track. Ma nessuno dei pezzi suona come un goffo tentativo di citarsi addosso: la carica dirompente della già citata “The celestials” (non a caso scelta da alcune radio negli USA in veste di primo singolo) è trascinante, la delicatezza di “Violet rays” figlia dei momenti più avvolgenti del repertorio Pumpkins, vestita a nuovo da un sintetizzatore grande quanto un monolocale.
Come tutti gli album prima di lui, anche Oceania vive e muore della sua imperfezione, figlia del carattere pretenzioso di Corgan. Il trittico di pezzi che precede il saluto minimale, eppure scenografico, di “Wildflower” è posizionato in maniera discutibile. Tre tracce aggressive e che non si compiono al meglio nei pochi minuti a loro disposizione (la chitarra di “Glissandra”, comunque, vale da sola la sopportazione del successivo “la la la”).
Ma nonostante il chiacchierare perenne e un po' stucchevole sull'amore quale unica forza salvifica di Corgan, nonostante testi il cui bacino lessicale pare meno affascinante dei "bei vecchi tempi" e nonostante qualche svirgolata qua e là, Oceania si rivela per quel che è: un disco da sentire dall'inizio alla fine, coi piedi improbabilmente fissati tra le pretese prog, l'hard rock dei settanta e un generoso utilizzo dell'elettronica. Giusto lamentare una certa mancanza di quell'imprudenza un po' naif che rese inimitabile la prima parte della carriera del gruppo, ma è il prezzo da pagare a un Corgan che, infine, può lasciarsi alle spalle l'adolescenza.

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