Recensioni / 21 mag 2012

Tom Jones - SPIRIT IN THE ROOM - la recensione

Voto Rockol: 4.0 / 5
SPIRIT IN THE ROOM
Island (CD)
I capelli sono imbiancati, qualche amico s'è perso per strada e nessuno più di Tom Jones può vantarsi di essere nato "con il dono di una voce d'oro". Ha il physique du rôle giusto e risulta perfettamente credibile, il vecchio macho gallese, quando con quel suo timbro tenorile e inossidabile intona l'immortale "Tower of song" di Leonard Cohen accompagnato da un arpeggio di chitarra acustica, qualche nota di tastiera, la distorsione di un archetto elettronico e un nastro preregistrato in sottofondo, fedele a un rigore e un'austerità monacale che certamente faranno piacere al sommo canadese. E' l'incipit di "Spirit in the room", seguito ideale di quel "Praise & blame" che due anni fa stupì i critici e conquistò il pubblico con la forza sorprendente di una musica spoglia e spirituale, un breviario di gospel sacri e profani che a molti fece tornare in mente le "American Recordings" di Johnny Cash.
Mr. Jones il suo Rick Rubin l'ha trovato in Ethan Jones, figlio d'arte, produttore assai richiesto (dai Kings Of Leon a Laura Marling, passando per Ray LaMontagne) e specialista dei suoni vintage che del granitico vocalist ha saputo sviscerare una sopita e per molti insospettabile anima "roots", l'amore per sonorità rustiche e non artefatte. L'ufficio marketing della Island avrà magari detto la sua sulle tempistiche di realizzazione di quest'album, dal momento che Jones cavalca un'onda di grande popolarità televisiva grazie alla partecipazione in veste di giudice al talent show Bbc "The voice". Ma "Spirit in the room" suona tutto meno che affrettato e calcolato, anche se stavolta il duo si è affidato a un combo ridotto in cui svolgono un ruolo essenziale lo stesso Johns (alle chitarre) e il tastierista Richard Causon senza gli special guests che avevano insaporito il disco precedente.
Conta la vibrazione, l'atmosfera, lo "spirito" che abita la performance. E quello evocato nel titolo si è materializzato anche stavolta nella "Wood Room" dei Real World Studios di Peter Gabriel, una stanza di "vecchi mattoni e vecchie travi" immersa nel verde e nel silenzio di Box, minuscolo villaggio del Wiltshire da cui, caso del destino, proveniva la nonna paterna di Jones. Lì lui, Johns e il resto del gruppo hanno cantato e suonato in presa diretta, a tu per tu e guardandosi in faccia senza schermi e pannelli divisori. Si sente, perché anche il cd ha un calore vinilico da tempi andati, un suono naturale e minimale che dalle produzioni di T Bone Burnett in poi è tornato in auge, intessuto di sei corde acustiche e Wurlitzer, di slide e bassi profondi, di percussioni tribali (le suona Stella Mozgawa, delle californiane Warpaint), di chitarre elettriche taglienti e riverberate.
I sequel, di solito, sono una mezza delusione, ma questo non è il caso anche perché è cambiato il dosaggio degli ingredienti con un repertorio più bilanciato tra traditionals e materiali recenti: trentasette minuti appena e dieci brani (tredici nell'edizione deluxe) scelti con gusto anche sorprendente, pescando (Cohen a parte) fuori dallo stagno dell'ovvio. C'è un Tom Waits ma è quello recentissimo di "Bad as me", una malefica nenia da incantatore di serpenti che dà occasione alla band di sbizzarrirsi tra batterie giocattolo, un'orchestra di chamberlin, un clavioline e un ukulele basso, e al cantante di concedersi l'unico sfoggio di istrionismo interpretativo (quella risata satanica da attore consumato). C'è un Paul McCartney , a oltre quarant'anni di distanza dalla collaborazione sfumata per "The long and winding road": ma si tratta di "(I want to) Come home", agrodolce ballata scritta dall'ex Beatle per un film uscito nel 2009 con Robert De Niro nel ruolo del protagonista ("Everybody's fine", remake del "Stanno tutti bene" di Tornatore) e sintonica con la condizione esistenziale del vecchio guerriero, aria serena ma un po' stanca, 72 anni a giugno e una gran voglia di riprendersi finalmente i suoi spazi di riposo e di riflessione. C'è un Paul Simon , ma è ancora una volta roba fresca di stampa: "Love and blessings" stava sull'ultimo "So beautiful or so what", e qui evoca i suoni e i ritmi che emanavano dagli studi Sun di Memphis a metà degli anni Cinquanta.
"Dimming of the day" ( Richard Thompson ai tempi della conversione sufi con la moglie Linda, 1975) non perde la sua aura mistica ma indossa panni countreggianti, da ballata del border, in omaggio all'immaginario profondamente sudista e americano di un disco concepito nel cuore della campagna inglese. E "Charlie Darwin" è ancora più assorta ed eterea di quando la cantano i Low Anthem , con un coro ecclesiastico che mette i brividi e fa rifulgere la sua melodia da inno sacro (applausi a Ethan Johns, che non ha sbagliato una mossa).
La bussola del disco, però, punta anche stavolta in direzione della musica nera. Di Clarksdale e di Chicago, delle strade polverose, gli incroci diabolici le chiese pentecostali: con vibranti restauri d'epoca ("Traveling shoes" ispirata al gospel di Vera Hall Ward, l'incalzante "Hit or miss" di Odetta) e fantasticherie di recente fattura ("All blues hail Mary" di , in un arrangiamento spettrale e assolutamente perfetto) che raggiungono il climax in una luciferina versione di "Soul of a man" di Blind Willie Johnson. Una piccola magia nera dall'anima inquieta e arroventata, un po' come la "Evil" di Howlin' Wolf che Tom Jones ha inciso poco tempo fa insieme a un altro revivalista doc, Jack White. Perché la "sex bomb" è implosa, e dentro è rimasto il blues.




(Alfredo Marziano)