«THICK AS A BRICK 2 - Ian Anderson» la recensione di Rockol

Ian Anderson - THICK AS A BRICK 2 - la recensione

Recensione del 16 apr 2012 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Essendo un reduce militante dell’era del progressive rock, non potevo non avvertire un’extrasistole alla notizia che Ian Anderson dei Jethro Tull aveva deciso di dare un seguito a quel disco epocale che è stato “Thick as a brick” (del quale potete leggere qui la mia recensione su Rockol). Subito dopo aver sgomitato un po’ per aggiudicarmi la recensione, tuttavia, ho cominciato a pensare di aver commesso un errore. Quasi sempre, la nostalgia gioca brutti scherzi; e quasi sempre falsa la lucidità critica, in un senso o nell’altro.
E’ successo anche questa volta, non ho problemi a confessarlo. Il primo approccio con il Cd – intendo proprio l’oggetto – è stato deludente: troppa la differenza fra lo splendore megalomane della celebre copertina a giornale e la modesta estetica del dischetto (del quale, peraltro, ho per le mani la versione basic – mi dicono bene, invece, della versione deluxe, che pare contenga persino la traduzione italiana dei testi). Passato nel corso dei miei quasi quarant’anni di scrittura musicale dal quotidiano di carta all’Internet, dalla macchina per scrivere al computer, mi aspettavo che “Thick as a brick 2” compisse la stessa evoluzione,e cioè che il StCleve Chronicle, diventando www.StCleve.com, replicasse l’ampiezza e la varietà di contenuti del giornale-contenitore dell’album in vinile, e cioè fosse reperibile sul web in una versione completa di tutte le sezioni. Così è, infatti, e anche stavolta i contenuti “giornalistici” sono zeppi di allusioni, giochi verbali, strizzatine d’occhio: tutto molto divertente, compreso l’omaggio al giornalista italiano Aldo Tagliaferro, traduttore dei testi del primo “Thick as a brick” per il sito www.itullians.com (nella pagina “Worship” apprendiamo che Julia Fealey, la quattordicenne che splendeva sulla copertina del primo “Thick as a brick”, allora componente del Comitato per l’Arte e la Letteratura della Parrocchia di St. Cleve, oggi è sposata Parritt e continua a collaborare con la parrocchia).
Il primo ascolto del disco non mi ha emozionato. Probabilmente mi aspettavo – sbagliando, ovvio, per colpa mia – una sorta di “parte 2” che fosse quasi la continuazione del primo “Thick as a brick” anche nella formula, nei suoni, nella struttura; come se quarant’anni dopo si fosse ritrovata fortunosamente in qualche solaio una “seconda parte” pensata concepita suonata e registrata quarant’anni fa (un po’ come s’è immaginato il tizio che s’è inventato l’esistenza di un “Dark side of the moon 2” qualche settimana fa).
Ho rimuginato un po’ sulla questione, riflettendo sull’opportunità di scrivere della mia complessiva insoddisfazione. Poi ho deciso di mettere da parte il Cd e di riprenderlo in mano qualche giorno dopo, come per concedergli una seconda chance. E quando l’ho riascoltato, metabolizzata la delusione – come dire – passatista, mi sono reso conto che in realtà “Thick as a brick 2” è un buon disco, forse un ottimo disco, certamente superiore alla media dei lavori dei Jethro Tull degli anni Novanta. Se con il primo “Thick as a brick” i Jethro Tull avevano confezionato la perfetta e perfida parodia del concept album progressive, con il secondo Ian Anderson sembra quasi riconoscere a quella formula un suo merito intrinseco: questo “Thick as a brick 2” è certamente un concept album, anche se ai tempi dell’iPod è d’obbligo spezzettare la tracklist in “canzoni” autonome. E il concept consiste nell’immaginare le diverse possibili esistenze dell’allora decenne Gerald Bostock, così come gli si sarebbero aperte davanti attraverso le “sliding doors” della vita.
Punteggiato da discrete ma esplicite citazioni dei riff del primo “Thick as a brick”, con i brani musicali intervallati da interventi parlati a cura dello stesso Ian Anderson, “Thick as a brick 2” non è certamente un disco di facile ascolto: ed in questo, fortunatamente, assomiglia al suo predecessore di quarant’anni fa, nel senso che andrebbe ascoltato e goduto stando seduti in poltrona, possibilmente seguendo i testi e senza essere interrotti dal telefonino che squilla. Ascoltato (quasi) tutto di seguito nel corso di un viaggio in automobile, si è rivelato un’esperienza piacevole: magari non travolgente come lo fu per il me diciannovenne dell’epoca la scoperta del primo “Thick as a brick”, ma certo è che anch’io sono cambiato, e le decine di migliaia di dischi che ho sentito in questi quarant’anni hanno lasciato il segno. Sperare di ritrovare le stesse emozioni, o almeno emozioni altrettanto violente e profonde, sarebbe come sperare di ritrovare oggi intatto sulla lingua il gusto del primo ghiacciolo all’anice dell’estate di quarant’anni fa: i sigari hanno sterminato le papille gustative, gli odori della città sono cambiati – e i coloranti alimentari non sono più permessi.
Ma così come Ian Anderson si è fatto convincere a realizzare “Thick as a brick 2” dal consiglio di Derek Shulman (sì, uno dei tre fratelli dei Gentle Giant, oggi A&R discografico), “si licet parva componere magnis” spero anch’io di riuscire a convincere i miei vecchi sodali della militanza prog ad ascoltare questo disco: senza aspettative gigantesche, ma con la promessa che non si pentiranno dell’esperienza.

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