«VOICE OF AGES - Chieftains» la recensione di Rockol

Chieftains - VOICE OF AGES - la recensione

Recensione del 26 mar 2012

La recensione

Cinquant'anni di dischi e di concerti come i Rolling Stones, anche se vissuti - immaginiamo - molto meno pericolosamente. Auguri e complimenti ai Chieftains del piccolo e spiritato Paddy Moloney, ambasciatori d'Irlanda nel mondo che celebrano quest'anno le nozze d'oro con la professione musicale licenziando un disco furbo e vivace, di quelli che spiegano bene come facciano ancora a essere sulla cresta dell'onda. Oltre che un vulcano di iniziative e un instancabile motorino musicale, l'ultrasettantenne Moloney è infatti un accorto uomo di marketing, cosciente che per vellicare ancora l'attenzione e incuriosire i media deve gettare qualche amo a cui possano abboccare pesci grandi e piccoli.
In altre parole: se lo fossero fatto da soli, questo "Voice of ages", sarebbero arrivati d'inerzia - come sempre - in cima alle patrie classifiche e morta lì. Ma qui, signori, c'è il produttore più richiesto sulla piazza, T Bone Burnett, e c'è la crème de la crème della nuova scena country/folk transatlantica che non ci ha pensato due volte a rispondere alla chiamata. Ci sono, insomma, i nomi caldi che partendo dal loro ristretto campo base hanno scalato ultimamente le vette delle charts (soprattutto americane), quelle improbabili rock star dall'aria dimessa, l'aspetto rurale e la camicia a quadri a cui il music business ha consegnato (chissà per quanto) le chiavi della città. Provate a fare l'appello, li ritrovate tutti o quasi (mancano i Fleet Foxes, per dire). I pimpanti Decemberists di Colin Meloy, che se la cavano in scioltezza con l'immancabile cover dylaniana ("When the ship comes in"). I meditabondi Low Anthem di Ben Knox Miller, che riescono a colorare di malinconia anche l'ultimo giorno di scuola ("School days over"). Il Bon Iver fresco di Grammy, che si appropria di "Down in the willow garden" come se fosse roba sua facendone un sogno ad occhi aperti. I Civil Wars lanciatissimi negli States e ancora sconosciuti da noi, che tengono fede a quel nome vintage ed evocativo confermandosi in "Lily love" una versione appena appena più mainstream di Gillian Welch e David Rawlings. E ancora: fratelli (Punch Brothers) e sorelle (Secret Sisters) uniti nel segno del country revival, e afroamericani innamorati del bluegrass come i Carolina Chocolate Drops , band del North Carolina con l'argento vivo addosso già in piena emersione e tra i migliori del lotto anche nel recente mega-tributo a Bob Dylan organizzato da Amnesty International.
Tra midtempo spensierati ("Carolina Rua", cantata dalla fascinosa dublinese Imelda May) e dolenti arie tradizionali ("Come all ye fair and tender ladies" corretta in stile Nashville dalle Pistols Annie) alla fine i meglio calati nel loro ruolo risultano essere la deliziosa figlia d'Irlanda Lisa Hannigan , sensibile e misurata interprete dell'ipnotica "My Lagan love" (uno dei più affascinanti folk standard dell'Isola Verde: l'hanno cantato proprio tutti, da Kate Bush a Van Morrison giusto in compagnia dei Chieftains) e lo scozzese Paolo Nutini , sorprendente nell'approccio vocale rigorosamente tradizionale che riserva a "Hard times come again no more".
E' una volta ancora il festival della contaminazione, specialità della casa, con il corredo di gighe e reels, le cornamuse irlandesi e il tin whistle di Moloney, il flauto di Matt Molloy, le arpe e i violini (e ora anche una fisarmonica) che hanno reso familiare nei decenni la Irish music tradizionale e i loro alfieri più tosti e irriducibili. Cosa manca? La sorpresa, perché per i "capitani" di Dublino gli scambi osmotici con il mondo rock sono la norma almeno dai tempi ormai lontani di "Irish heartbeat" con Van the Man, che spalancò loro la porta verso un pubblico di nuovi adepti e simpatizzanti. Ma anche il "progetto", il racconto, il plot narrativo che avevano reso affascinante e avventuroso - più sulla carta che musicalmente, forse - il "San Patricio" inciso due anni fa in compagnia di Ry Cooder . La riprova sembra arrivare in coda al disco, dove i Chieftains appiccicano una medley di traditional di oltre undici minuti di durata che ospita anche ex componenti della band, un omaggio all'astronauta americana di sangue irlandese Cady Coleman (che nello spazio s'è portata uno zufolo di Moloney e un flauto di Molloy) e - come bonus track - una jam con la gaita del galiziano Carlos Núñez, che del gruppo irlandese è collaboratore di lunga data. Buon materiale, non c'è bisogno di dirlo, ma forse un indizio che stavolta più che le idee contavano gli special guests. Rispetto ai quali, bisogna riconoscerlo, questi vecchi ragazzi degli anni '30 e '40 non sfigurano affatto, quanto a dinamismo ed energia (Moloney, sostiene Molloy, è un settantatreenne che va per i 23): cosicché, anche se un pelo sotto le attese, "Voice of ages" si tiene a debita distanza dalla celebrazione museale.




(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Carolina Rua (con Imelda May)/Reel-The Ladies Pantalettes
02. Come all ye fair and tender ladies (con le Pistol Annies)
03. Pretty little girl (con i Carolina Chocolate Drops)
04. Down in the willow garden (con Bon Iver)
05. Lily love (con i Civil Wars)
06. The lark in the clear air/Olam punch (con i Punch Brothers)
07. My Lagan love (con Lisa Hannigan)
08. When the ship comes in (con i Decemberists)
09. School days over (con i Low Anthem)
10. The frost is all over (con i Punch Brothers)
11. Peggy Gordon (con le Secret Sisters)
12. Hard times come again no more (con Paolo Nutini)
13. The Chieftains reunion
14. The Chieftains in orbit (con l'astronauta della Nasa Cady Coleman)
15. Lundu (con Carlos Núñez)
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