«TUTTE LE CANZONI - Il Triangolo» la recensione di Rockol

Il Triangolo - TUTTE LE CANZONI - la recensione

Recensione del 02 apr 2012 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Un riff, con la chitarra distorta, poi la batteria cambia tempo, una voce che pronuncia una frase spietata, con tono secco: “La morte arriva sempre di domenica”. La canzone - si intitola “Le forbici” - che prosegue tra reminiscenze surf e melodie italiane: benvenuti nel mondo de Il Triangolo, trio di Luino che debutta con “Tutte le canzoni”. Un disco singolare fin dal titolo (le canzoni son dieci, in realtà), dalla copertina che mette in bella vista i crediti che di solito stanno nel libretto.
Il surf continua ad aleggiare anche in altri brani del disco, a partire da “Canzone per una ragazza libera”, e a tratti il suono ricorda un po' quello retrò dei Beast Coast, ma con meno leggiadria e un pizzico di cattiveria in più. Più si va avanti, più i tre dimostrano di saperci fare con le altre fonti da cui pescano: non solo il surf ma il garage rock, gli anni ’60 - sia quelli italiani che quelli d’oltreoceano. C’è un po’ di beat rivisitato in chiave nostrana con un taglio lirico tra la malcelata ironia e il sarcasmo tagliente: “Battisti” non mancherà di farsi notare: “Tutti cantano Battisti/Tutti comprano i suoi dischi/Fammi fare quelle cose/siamo a letto fra le rose/amore mio” canta Marco Ucigrai su un ritmo ben sostenuto dalla sua chitarra. Loro citano tra le fonti Celentano e De André e i Pulp e i Ramones. Questi ultimi vengono in mente per i riff, forse i Pulp per la voce un po’ lirica, e gli italiani per quelle atmosfere da Studio Uno delle melodie o da colonne sonore degli arrangiamenti - evidente in canzoni come “Canzone per un soldato” o da “Johnny”.
Però, se le canzoni fossero cantate in inglese, non sfigurerebbero in qualche raccolta di “Nuggets”, dedicata al garage rock di anni ’60. O, meglio, potrebbero sembrare cover italianizzate di quel periodo: in questo caso, a svelare l’arcano, ci penserebbero i testi - espliciti e contemporanei come “Nessuna pietà per chi odia gli anni ’60” - che a dispetto del titolo, racconta la degenerazione borghese di chi è cresciuto in quel periodo: “Un weimaraner, quattro figli/la cenetta sui navigli” e poi “Per descriverti l’amore che io provo per le cose/ho sciupato dei dischi in vinile”.
Insomma: un bel debutto, con canzoni-canzoni, con un bel suono e una bella personalità.

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