«SONIK KICKS - Paul Weller» la recensione di Rockol

Paul Weller - SONIK KICKS - la recensione

Recensione del 19 mar 2012

La recensione

Colorato, accecante, hi-tech, psichedelico. Il nuovo album di Paul Weller è il riflesso della sua copertina, il Modfather over 50 è un modernista vestito di tutto punto che tira "calci sonori" ed entra in tackle scivolato sul campo del Brit rock del duemila.
Fuor di metafora: "Sonik kicks" è il fratello minore di "Wake up the nation" e il nipote di "22 dreams", i predecessori di una trilogia che lo ha visto progressivamente abbandonare la zona confortevole in cui si era accucciato per tirar fuori un rigurgito di rabbiosa, esuberante creatività. Il coproduttore Simon Dine (all'ultima apparizione su questi schermi: i due sono in causa per una questione di soldi) lo marchia a fuoco con la sua predisposizione al caos organizzato, ai suoni densi e stratificati, alle melodie "sporcate" da rumori e interferenze; Weller ci mette di suo un nuovo gusto per la jam e l'improvvisazione, la voglia di spingersi oltre, il passo frenetico di chi sente di avere ancora tanto da dire ma con meno tempo a disposizione.
Usando loop e tracce ritmiche come piattaforma di lancio di canzoni nate in studio, hanno lavorato alla sintesi di un disco avventuroso, ambizioso, impaziente: con melodie forti ma passeggere, un suono apparentemente molto sintetico e poco chitarristico (e invece le chitarre ci sono, spesso nascoste sotto mentite spoglie). Con un taglio impressionista, un clima da happening, nervose traiettorie a zig zag in cui è facile perdere senso ed orientamento. Ci sono i soliti sospetti, gli amici fidati, ma ognuno è invitato a fare quello che meno ti aspetti: il chitarrista Steve Cradock siede spesso dietro i tamburi, Graham Coxon preme i tasti di un Hammond, Noel Gallagher si mette docile al servizio del capobanda arpeggiando un basso. Entrano ed escono dalle sliding doors di una sala di incisione trafficata come una stazione ferroviaria dove transitano anche membri della allargata famiglia welleriena, la giovane moglie Hannah Andrews che con Paul scambia promesse ed effusioni amorose sull'ipnotica onda dub di "Study in blue" (aromi soul jazz, basso pulsante, flauto, arpa, melodica e lunga coda strumentale in puro stile giamaicano: una novità del repertorio), la figlia Jasemine accreditata come coautrice del testo di "Dragonfly" (un piccolo sogno in technicolor), la ventenne Leah e il piccolo Mac che si fanno sentire nel finale di "Be happy children", affettuoso quadretto domestico in odor di Style Council che chiude l'album su note calde, morbide, speranzose ("papà se n'è andato/ma solo per un po' ": come non pensare al padre di Paul, John Weller, scomparso nel 2009). E finalmente accomodanti: mentre per gran parte dei 40 minuti che la precedono Weller spiazza, graffia e provoca in un caleidoscopio di rimandi e citazioni alimentato dalla sua avida curiosità di music fan e collezionista di dischi.
"Green", pop art astratta con un synth scassamembrane, parole in libertà, chitarre urlanti, effetti a rimbalzo sul fronte stereo e gorgoglii elettronici da fantascienza, cita i tedeschi Neu!, i cui ritmi robotici modellano anche l'incedere guerresco di "Kling I klang", il martellare ossessivo e i riff ronzanti di "Around the lake". "Drifters", caotico flamenco-rock alla deriva in una burrasca tempestosa, si ispira nientemeno che a John Coltrane . Mentre nei coretti e nel funk tecnologico di "That dangerous age" (Weller riflette ironicamente sulla crisi di mezza età) è evidentissimo il segno del David Bowie anni '80-'90. Al polo opposto della mappa sonora, la meditazione pastorale di "By the waters" evoca esplicitamente il magistrale arrangiamento d'archi che Robert Kirby confezionò per la "River man" di Nick Drake : una salutare oasi di pace che fa riprendere fiato e ricorda certi momenti pastorali e onirici dei "22 sogni" di quattro anni fa. Vale tutto, in "Sonik kicks". Stravolgere, deformandolo in chiave futurista, il classico pop inglese anni '50 ("The attic") e tratteggiare bizzarri interludi strumentali tra elettronica da laboratorio, archi pizzicati e chitarre al contrario ("Sleep of the serene"), un po' come Beatles e Pink Floyd quando esploravano gli archivi segreti di Abbey Road. Un Syd Barrett immaginario e dallo "sguardo indomito" è evocato in "When your garden's overgrown" (molto British, tra Kinks e Blur , e con un ritornello da cantare a gola spiegata), un passato a base di stordimenti alcolici e alienazione che Weller giura di essersi lasciato alle spalle viene esorcizzato nella cantilena sommessa e dolente di "Paper chase", chiusa da un finale turbinoso. Anche lì strumenti e e rumori arrivano spesso dove meno te lo aspetti, un fagotto o una tastiera strepitante sono i colori di un action painting trasposto in musica: lanciati sulla tela per vedere l'effetto che fa.
"22 dreams", e forse anche "Wake up the nation" avevano in dote più pezzi memorabili, certe splendide pagine soul rock anni '90 tra Traffic, Small Faces e Curtis Mayfield sono lontane. "Sonik kicks" suona piuttosto come un'eruzione spontanea, un manifesto di pensiero, una tempesta imperfetta, e forse in questa sua nuova strada "sperimentale" Weller sta ancora cercando un nuovo punto di equilibrio. Ma è più che mai alive and kicking , vitale e scalciante, una cocciuta e orgogliosa eccezione alla retromania di cui parla Simon Reynolds. Col suo spirito battagliero e la sua voracità di musica suscita ammirazione, curiosità, e finisce ancora una volta per coinvolgere.




(Alfredo Marziano)

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