«PORT OF MORROW - Shins» la recensione di Rockol

Shins - PORT OF MORROW - la recensione

Recensione del 19 mar 2012 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Cinque anni dopo il buon “Wincing the night away”, torna James Mercer con i suoi Shins. Torna con un contratto nuovo di pacca con la Columbia e una nuova etichetta dopo la separazione dalla Sub Pop (la Aural Apothecary, di cui lo stesso Mercer è titolare), una line up quasi completamente rinnovata (con Yuuki Matthews dei Crystal Skulls, Jessica Dobson, Richrad Swift e Joe Plummer dei Modest Mouse, chiamati a coadiuvare sul palco il polistrumentista hawaiano) e un nuovo produttore, Greg Kurstin, noto per aver lavorato in precedenza con una vagonata di gente tra cui (attenzione…) Foster the People, Sophie Ellis-Bextor, Gabriella Cilmi, Lily Allen e, dulcis in fundo, Kesha e Britney Spears.
Tanti cambiamenti quindi: c’eravamo lasciati con tre ottimi album di solido ed ispiratissimo indie rock, tre album in grado di consacrare Mercer come uno dei songwriter più dotati della sua generazione, ci ritroviamo con una bella serie di novità.

“Port of morrow” è il primo disco di questo “nuovo ciclo”, dieci pezzi (più due bonus track), per quaranta minuti abbondanti di musica. La partenza è folgorante, “The rifle's spiral” apre con il botto: indie rock maturo, ottimamente prodotto e arrangiato, con basso e batteria chiamati a imbastire una struttura decorata da texture sonore a livelli di profondità vertiginose e arrangiamenti curatissimi. Ottimo sound, ottima melodia e la voce di Mercer come sempre una spanna sopra tutti gli altri. E palate di Death Cab For Cutie e Manic Street Preachers, con quel tocco elettronico portato in primo piano, giusto per far capire quale sarà, probabilmente, la direzione del disco. “Simple song” riesce addirittura a fare meglio: una pop song come solo Mercer sa scrivere, azione palla a terra da due tocchi e tiro in porta. Un pezzo dal sapore profondamente americano e dal tiro quasi cinematografico, semplice a prima vista, eppure profondamente elaborato, ricco di dettagli specialmente in sede di arrangiamento, e impreziosito ancora una volta dall’interpretazione vocale di un Mercer in gran forma. Beatles, un vago tocco di Bowie… c’è tutto. E fin qui tutto bene.
A questo grande inizio però, non fa seguito un altrettanto grande sviluppo, e qui forse conviene ripensare alle scelte fatte in sede produttiva. “It's only life” è una canzoncina da sottofondo dal sapore fin troppo neutro, “Bait and switch” un divertissement interessante fino ad un certo punto, pop vintage senza pretese, sostenuto da liriche agrodolci (“I’m just a simple man / cursed with an onest heart”) che però non riescono a conquistare fino in fondo. Con “September” si abbassa il ritmo e ritorna la malinconia in stile country surf che aveva fatto la fortuna dello stupendo “Oh, inverted world”. Manca però la stessa ispirazione, per quanto l’atmosfera da tramonto californiano anni Sessanta dipinga un panorama quanto mai invitante. Il punto più basso del disco arriva però con la sbrodolata pop “No way down”, una via di mezzo tra i Killers più spicci e una versione “boyband” dei Vampire Weekend. Poco meglio “For a fool”, pezzo nuovamente rilassato e dal sapore country, una ballata in stile Beck, però nettamente meno intrigante.
Fortunatamente però, Mercer è uno che sa scrivere, e i tre pezzi messi in chiusura ne sono una dimostrazione. Meglio dunque “Fall of '82”, indie pop gradevole e dal sound smussato, in linea con le più recenti uscite di Ben Gibbard e compagni. Adorabile, anzi, “lovely”, il delicato assolo finale di tromba e, più in generale, il piglio pop coloratissimo che pervade il pezzo: si ritorna finalmente a parlare di Beatles e soprattutto Beach Boys, cosa che fino ad ora era capitata solo nei due episodi in apertura. Bene anche “40 Mark strasse” ballata pop easy listening super ripulita. Questa volta l’assolo spetta al synth; scelta strana ma coerente. E infine molto bene la titletrack “Port of morrow”: pop psichedelico, riverberato, beatlesiano fino al midollo, introdotto e intervallato da un falsetto sicuramente spiazzante, eppure estremamente gustoso.

Alti e bassi dunque. Anzi, più che alti e bassi direi picchi e baratri. Arrivato al quarto disco, forte di un credito illimitato guadagnato sul campo (e dopo essersi accasato con una major, anche se solo per la distribuzione), Mercer giustamente ha provato a smuovere le acque. Via libera dunque alla “svolta” elettronica e al ripulisti sonoro tipico di chi vuole fare le cose “per bene”. Niente di sbagliato.
La scelta del produttore invece poteva essere migliore: se da un lato pezzi come “Simple song”, “The rifle's spiral” e la titletrack sono l’espressione di un talento puro, cadute rovinose come “No way down” nascono da un’interpretazione errata dello stesso. Perché va bene tutto, ma ricordiamoci che saper scrivere pezzi pop non fa degli Shins una pop band in senso assoluto, e questo forse Kurstin non l’ha capito. Meglio quindi concentrarsi sui momenti più riusciti, ovvero quando gli Shins fanno gli Shins: quelli, da soli, valgono senza dubbio il prezzo del disco.

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