«LET'S GO EAT THE FACTORY - Guided By Voices» la recensione di Rockol

Guided By Voices - LET'S GO EAT THE FACTORY - la recensione

Recensione del 10 gen 2012

La recensione

C'è gente che passa settimane in studio a correggere le voci con l'auto-tune, a discutere che "colore" timbrico dare a un colpo di rullante o come arrangiare un quartetto d’archi. E poi ci sono gruppi come i Guided By Voices: professionisti del lo-fi che amano incidere su un quattro piste da quattro soldi e che in sala di incisione transitano come nella sala d’attesa di una stazione ferroviaria, di fretta e di passaggio verso la prossima destinazione.
Si erano sciolti nel 2004 per consunzione, conflitti d'ego ed eccessi alcolici (stando alle cronache rock). Cosicché la reunion in pianta stabile della line up "classica", protagonista di dischi storici come "Under the bushes, under the stars" (un quintetto composto dal leader Robert Pollard, l'alter ego Tobin Sprout, il chitarrista Mitch Mitchell, la coppia ritmica Kevin Fennell e Greg Demos), è stata accolta nel mondo indie americano come uno degli eventi dell’anno appena trascorso. Sembra che poco dopo abbiano ricominciato a litigare come ai bei tempi, mettendo a repentaglio i progetti di un futuro già programmato: pericolo rientrato, pare, e atteggiamento molto rock'n'roll che contribuisce alla loro fama di maverick, di cavalli ancora imbizzarriti e a briglia sciolta.
Intanto, il disco nuovo non regala sorprese ma ha il pregio di non suonare stantio. Il canuto Pollard e i suoi confermano la predilezione per le miniature, il mordi e fuggi, il graffio repentino (21 brani in scaletta per meno di 42 minuti, la media di durata è presto fatta). E l'inclinazione a un sound sporco, disordinato, arruffato, con il drumming che annaspa sempre un po' in ritardo sulle battute e le chitarre grattugiate con il plettro senza pietà, fregandosene se l'accordatura non è proprio ineccepibile. Uno “shitty sound”, un “suono di merda", sentenzia l'autorevole Pitchfork, ma sia chiaro: per il recensore, per i fan di stretta osservanza e per il gruppo stesso si tratta sicuramente di un complimento.
In effetti ascoltare un disco così, all'alba del 2012, è salutare. Una boccata di ossigeno per chi ha ancora un po' a cuore le cantine e un'idea romantica e bohémien del rock'n'roll. I Guided By Voices danno sempre l'idea di essere distratti da qualcos'altro, un po' imbambolati, con gli occhi stropicciati da nottate brave e senza sonno. Ma è chiaro che l'esperienza paga, e che i cinque di Dayton, Ohio, sanno bene cosa stanno facendo. Il singolo che nel titolo si ispira all' "inaffondabile Fats Domino" e che la band ha presentato di recente al "Late night with David Letterman" con tanto di clamoroso tonfo del bassista Demos è un rock deragliato nella tradizione dei migliori anni Ottanta, l'irresistibile melodia di "Chocolate boy" strizza l'occhio ai R.E.M. e al mainstream e nei 3 minuti e 40 di "Spiderfighter" c'è un po' di tutto: ritmo sferragliante, tinte psichedeliche e una nota insistente di pianoforte che apre una delicata e imprevedibile coda per piano e voce.
Reduce da una pletora di dischi solisti, Pollard non fa il dittatore e lascia spazio soprattutto al compagno più dotato, Sprout: è quest’ultimo a firmare da solo "Spiderfighter" ma anche "Waves", un power pop a mezzotempo che non avrebbe sfigurato nel repertorio degli Psychedelic Furs (se Richard Butler fosse stato meno dandy e più straccione), la cantilena fragile di "Who invented the sun" e lo strano inno di "Old bones", una canzone d'amore immersa in una nebbia sintetica e cantata con voce filtrata. Il capobanda non è sempre altrettanto brillante ma fa sfoggio di grande versatilità, a suo agio come sempre in quelle terre di mezzo che stanno tra noise e melodia: il meglio lo riserva a "Hang mr. Kite", fluttuante su una sezione d'archi e vagamente beatlesiana (sarà la suggestione del titolo?), mentre a "My Europa" bastano una voce e una chitarraccia effettata e in "Doughnut for a snowman", ballata acustica e un po' storta, fa capolino anche uno sgangherato flauto dolce. Sul versante rock spiccano i riff graffianti di "Laundry and lasers" e "God loves us", il ritornello fischiettabile di "How I met my mother" e l'incedere marziale di "Imperial racehorsing" (con fiati, un solo di chitarra in fade e qualche retrogusto barrettiano).
Altrove prevale lo scherzo, lo sberleffo beefhertiano, l'improvvisazione bislacca: "The big hat and toy show" è una matassa sonora compressa e informe, "Either Nelson" un rock dissonante e urticante, "Go rolling home" un delirio ubriaco di 37 secondi e "The room taking shape" un brevissimo e stonatissimo quadretto acustico. Se ne poteva forse fare a meno, prima che "We won't apologize for the human race" (4 minuti e 2 secondi, il pezzo più lungo) rimetta le cose a posto chiudendo le danze in un'atmosfera sinistra e minacciosa. Ma sbandate e capricci, per i GbV, sono all'ordine del giorno, così come la mancanza di disciplina e l’estemporaneità. Quel che conta è che hanno passato il test e svicolato le insidie dell’effetto nostalgia: il fatto che, secondo il quotidiano britannico Guardian, abbiano già altri due dischi in cantiere (il primo, dal titolo provvisorio di "Class clown spots a UFO", annunciato in uscita a maggio) diventa così una buona notizia per tutti.



(Alfredo Marziano)
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