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Recensioni / 09 gen 2012

Lamb Of God - RESOLUTION - la recensione

Voto Rockol: 3.5/5
Recensione di Andrea Valentini
RESOLUTION
Roadrunner (CD)
È così che anche i cinque di Richmond (Virginia) giungono al settimo album in studio; un traguardo notevole, se si pensa che i Lamb Of God sono nati nel 1994, quindi 17 anni orsono. La media è, infatti, di un album ogni due anni e qualche mese.
Il precedente "Wrath", del 2009, veniva presentato dalla band stessa come "quasi una celebrazione dell'imperfezione"; una frase intrigante, che non ha portato però particolare fortuna al gruppo, visto che il disco si è attirato un notevole tsunami di critiche da parte dei fan. Eppure i Lamb Of God avevano eseguito il loro bravo compito... ma proprio questo è stato il problema: troppo brodo riscaldato, troppa ripetitività e poca anima nel loro groove metal di ispirazione Pantera e Slayer. Ma, nonostante tutto, la band è rimasta tra le più quotate e di successo, nel genere
Per quanto concerne "Resolution", al primo impatto è chiaro che la formula è sempre quella - e perché cambiarla, in fondo? - ma laddove "Wrath" era una cieca e bovina celebrazione della violenza col paraocchi, in questo nuovo lavoro si instillano i semi di una maggior articolazione e studio nel songwriting. Niente di complesso o cervellotico, ma semplicemente si nota la ricerca di una certa varietà nelle soluzioni e negli arrangiamenti - pur rimanendo in un ambito in cui sangue, sudore, randellate e cingolati la fanno da padroni. Per intenderci, c'è qualche piccola frazione più quieta (l'incipit di "Ghost walking" e "Barbarossa", ad esempio) che movimenta il tutto, addirittura un pezzo suonato con un'orchestra e una cantante lirica ("King me"), l'utilizzo di brevi cantati evocativi - a interrompere il satanico flusso del grugnito/urlo alla Tom Araya che è la voce di Randy Blythe.
Tutto il resto è sana violenza di stampo groove, southern metal e thrash, non dimenticando qualche lieve ispirazione punkeggiante e una spruzzata di melodia. Il tutto ha anche un gustoso sapore lievemente vintage o - se vogliamo - classico, ma non nell'accezione di "classic metal" (anzi, ne siamo decisamente lontani), piuttosto di classicità legata all'immagine di metal che hanno i fan un po' più grandicelli, che hanno vissuto l'età aurea degli anni Ottanta. E ora che i giganti di quel tempo che fu si avvicinano alle soglie del pensionamento, al precipizio della mancanza di idee e alla lobotomia da conto in banca troppo gonfio, è proprio gente come i Lamb of God che potrebbe aspirare a salire, da qui a qualche anno, sul podio dei difensori della fede. Difensori che arrivano direttamente dalla panchina, quindi non prime scelte... ma sono giocatori onesti e solidi, anche se con poca fantasia e senza il guizzo di genialità in grado di segnare indelebilmente la storia di un macrocosmo sonico monolitico come il metal.
Un album perfetto per sessioni di headbanging a cervello in stand-by, buono per il genere anche se lontano dall'esserne una pietra miliare. In ogni caso, i Lamb Of God dimostrano di essere ancora sul pezzo... e non è una cosa da poco.