«LIVE IN LONDON - Randy Newman» la recensione di Rockol

Randy Newman - LIVE IN LONDON - la recensione

Recensione del 20 dic 2011

La recensione

Randy Newman gioca (meglio: giocava) nella serie A della canzone americana, stesso girone di Bob Dylan, Leonard Cohen, Brian Wilson, Tom Waits, Joni Mitchell (una riprova? Mettetevi a contare le cover dei suoi brani più o meno famosi). Poi, da buon pragmatico losangelino, s'è fatto due conti in tasca ed è tornato a Hollywood, a fare il mestiere degli zii Alfred, Lionel ed Emil: sfornando colonne sonore a ripetizione per drammi, commedie sentimentali e cartoons targati Disney e Pixar (la saga "Toys" è la più famosa) con giusto un paio di dischi di inediti a suo nome, da fine Novanta ad oggi, quando gli è avanzato un po' di tempo. Peccato, perché gli anni passano - ora sono sessantotto - e il ricordo del pubblico si affievolisce, anche se il suo "rock geriatrico" ha ancora un piccolo seguito di aficionados. In realtà la sua musica non è né rock né geriatrica, per quanto Randy ami scherzarci su: come quando in questo concerto introduce un pezzo umoristico "sulle rockstar che non si ritirano mai", "I'm dead (But I don't know it)", invitando il pubblico a fargli da controcanto. Siamo a Londra, nel giugno del 2008, e sul palco della LSO St. Luke's (una piccola chiesa sconsacrata) con lui c'è la BBC Concert Orchestra. Le canzoni "nuove" sono quelle del suo album dell'epoca, "Harps and angels", e per il resto Newman rispolvera l'argenteria classica, più o meno la stessa già rivisitata in due volumi di riesecuzioni per solo piano e voce. Ci marcia un po', insomma, e segna il passo, ma è facile perdonarlo: perché il suo unico live precedente risale a quarant'anni fa ed era un semi-bootleg, perché questo concerto è anche un bel film in dvd (accluso alla confezione) e perché, semplicemente, le sue canzoni sono strepitose. Lui le canta smozzicando le parole con quella voce brusca e adenoidale che nulla concede al belcanto, pestando i tasti del pianoforte come un fratello bianco di Scott Joplin e di Ray Charles , riconosciuto faro guida. Gli anni non lo hanno affatto rammollito, grazie a dio. E le sue ballate romantiche sono tutt'altro che mielose. Semmai struggenti come "Marie" (un uomo riesce a dichiararsi all'amata solo quand'è ubriaco fradicio), fragili come "Real emotional girl" e fuori tempo massimo come "I miss you" (Randy racconta al pubblico di averla scritta pensando alla prima moglie quand'era già sposato con la seconda, e chissà se sta scherzando). E' un uomo d'altri tempi che ama musiche d'altri tempi: blues e ragtime, vecchio gospel, colonne sonore in bianco e nero, Tin Pan Alley e i suoni meticci di quella New Orleans in cui è cresciuto e a cui ha dedicato una delle sue composizioni migliori, "Louisiana 1927", ispirata a una storica e devastante inondazione della Crescent City tanti anni prima di Katrina. C'è anche qui, naturalmente, ariosa e maestosa come sempre. E c'è "Sail away", altro antico capolavoro che ribalta la prospettiva buonista di tante canzoni antirazziste dando voce a un cinico mercante di schiavi. Piace, a Newman, impersonare il ruolo del "villain", del disadattato e dell'uomo della strada per dire cose scomode e niente affatto scontate sull'umanità, la società e la politica. Qui, a Londra, ha l'ardire di iniziare lo show con "Great nations of Europe", una marcetta che stava sul penultimo "Bad love" (1999) e che mette alla berlina il colonialismo e la sete di conquista delle vecchie potenze europee (più avanti riprende il discorso in "A few words in defense of our country"). E di includere in scaletta (siamo pur sempre in chiesa...) un'invettiva amara e feroce come "God (That's why I love mankind"), dove dipinge Dio come un essere impietoso e del tutto indifferente alle sofferenze di noi poveri mortali. E' quel cinismo acido ad averlo reso famoso, insieme alla bellezza implacabile delle melodie: riecco allora il blues pianistico (e gli accordi alla Nina Simone) di "It's money that I love", riecco le maliziose allusioni sessuali di "Mama told me not to come" e il politicamente scorretto di "Short people" (molto fraintesa, per la verità: qui, più che mai, Newman canta una cosa per intenderne un'altra). E la grottesca "Political science", in cui dopo l'Europa fustiga l'America, le sue pulsioni xenofobe e i suoi folli guerrafondai alla Dottor Stranamore. Da consumato one man band, Newman regge benissimo lo spettacolo da solo, mentre l'orchestra abilmente diretta da Robert Ziegler non straborda e anzi dà colore e respiro a certi affreschi degni di Gerswhin e di Copland. Il pubblico di buongustai apprezza, applaudendo le chicche ("Simon Smith and the amazing dancing bear", raramente eseguita dal vivo) e le piccanti introduzioni alle canzoni, dove Newman si diverte a ironizzare su Dylan e Cohen, o a raccontare di certe vicissitudini scolastiche dei figli per lanciare la sua parabola sul declino del socialismo dal punto di vista di Karl Marx ("The world isn't fair"). E' un liberal californiano con la rude sincerità di un uomo del Sud, un amante dei nerd e dei perdenti ("Losing you"), un tradizionalista iconoclasta che ama il classico e il "bello" ma lo distorce sadicamente con il suo humour impietoso. Nelle sue mani e nelle sue corde vocali, "You can leave your hat on" torna a essere un honky tonk sporco e squinternato: quanto di più distante dalla sottoveste candida di Kim Basinger, dal glamour anni Ottanta e dai ruggiti leonini di Joe Cocker . Gli è sicuramente più vicino uno come Peter Gabriel, che alla sua forma di ballata pianistica si è ispirato fin dai primi album solisti e che in "Scratch my back" ha ripreso "I think it's going to rain today", uggiosa e malinconica miniatura datata 1968 che in due minuti concentra la potenza espressiva di un repertorio ineguagliabile (e pensare che mancano "Rednecks" e "I'll be home", "Guilty" e "Jolly coppers on parade", "Birmingham" e "Baltimore"....). Newman è una leggenda vivente. E maledetti gli studios che ce lo hanno portato via.




(Alfredo Marziano)
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