«SEPALCURE - Sepalcure» la recensione di Rockol

Sepalcure - SEPALCURE - la recensione

Recensione del 19 dic 2011 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Nel mondo dell'elettronica le collaborazioni sono all'ordine del giorno. Vuoi per il fermento che muove da sempre la scena, vuoi per la semplicità con cui la tecnologia permette di cimentarsi con i lavori di un altro produttore che risiede dall'altra parte del mondo. Sepalcure è un progetto nato dalla voglia di sperimentare di due esponenti della scena bass statunitense: Praveen Sharma (noto con i moniker Braille e Praveen) e Travis Stewart (il cui ultimo lavoro come Machinedrum è uscito a luglio con il titolo “Room(s)”). E poi c'è l'etichetta Hotflush - gestita da Scuba, uno dei padri del dubstep - che insieme alla Planet Mu sta proponendo nuove visioni e contaminazioni di questo genere, nato nei bassifondi londinesi nei primi anni 2000 come fusione tra la 2-step, il dub, il grime e la drum'n'bass.
La prima pubblicazione a nome Sepalcure arriva nei primi mesi dell'anno con l'EP “Love pressure”, disco che finisce nelle mani del già citato Scuba e di Mary Anne Hobbs, DJ britannica famosa per le sue trasmissioni sulla BBC (ora su XFM) dedicate alla scena electro e bass. Il singolo conquista praticamente tutti e cosi Praveen e Stewart decidono di lavorare insieme per due settimane ad un vero e proprio album.
“Sepalcure” è un lavoro che colpisce soprattutto per la sua ambivalenza: adatto al club, ma anche perfetto per l'ascolto casalingo serale, una formula di non facile realizzazione. Non a caso gli alternativi americani di Pitchfork l'hanno segnalato come una delle migliori uscite del 2011, sdoganandolo anche a chi non mastica elettronica tutti i giorni.
L'iniziale “Me” è quella più vicina alle produzioni dubstep/2-step di Burial o dell'ultimo Four Tet, un brano che ben rappresenta la possibilità di suonare al club, pompando sui bassi, o ascoltarlo in solitudine; “The one” è l'episodio più house e danzereccio del lotto, caratterizzato dalle sfumature funky-soul di Detroit. “See me feel me” è invece quello più ambient e dilatato, con un campione irriconoscibile dell'omonima canzone degli Who, mentre “Yuh nuh see” è incentrato sulla voce tipicamente dub, su una lenta struttura step, sonorità 8-bit e synth house anni Novanta.
“Breezin” è il brano più dubstep del lotto (c'è persino qualche piccolo eco wobble) anche se ottimamente mixato con suoni house; “Carrot man” invece è costruito su elaborate vocalità in bilico tra il soul ed il dub, prima della cupa chiusura affidata a “Outside”.
Insomma, “Sepalcure” è un disco da promuovere per la capacità di fondere con grande abilità anime diverse senza stravolgerle, ma creando una miscela di forte personalità. Di sicuro gradimento per gli amanti del genere, ma anche un neofita che avrà il coraggio di avvicinarsi a questo album non resterà deluso.

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