50 WORDS FOR SNOW

Fish People/EMI (CD)

Voto Rockol: 4.0 / 5
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"50 words for snow" è la sorpresa di stagione. Doppia: per i tempi insolitamente rapidi in cui si manifesta e per la musica che contiene. E' il disco "invernale" di Kate Bush, ma non scambiatelo per uno zuccheroso album natalizio. Sono, invece, "sette nuove canzoni appoggiate sullo sfondo della neve che cade", sette lunghe (a volte lunghissime) composizioni che celebrano un miracoloso evento atmosferico e l'immacolato candore di certe giornate invernali per suggerire (anche) il mutare e la caducità delle cose, il ciclo delle stagioni e della vita, la fragilità e la bellezza della natura, dell'essere umano e del rapporto amoroso. La cantautrice inglese lo ha registrato in poco tempo, sull'onda delle sedute di registrazione - molto più lunghe e complicate - dedicate alla rivisitazione e al rimontaggio di alcune selezioni dal vecchio repertorio ("Director's cut"). E con un atteggiamento nuovo, inatteso: non si erano forse mai ascoltate, in un suo album, musiche nude e scarne come quelle che ornano i primi tre pezzi in scaletta, una trilogia che da sola occupa quasi trentacinque minuti di durata tagliando la testa al toro e mettendo fuori gioco qualunque ascoltatore casuale e poco in sintonia. Perché bisogna essere pronti, ancora una volta, a entrare nella tana del Bianconiglio, a tuffarsi dall'altra parte dello specchio, ad aprire la porta di un mondo magico, bizzarro e misterioso che include ed esclude. "Snowflakes", "Lake Tahoe" e "Misty" respirano e si muovono lentamente intorno al piano & voce della protagonista, che sfiorando i tasti e modulando le flessibili corde vocali segue un mutevole e frastagliato ritmo interiore con un feeling insolitamente "live", spontaneo e minimalista. Mai così spiritualmente e stilisticamente vicina, mi verrebbe da dire, alla Laura Nyro di quel capolavoro semidimenticato che fu, nel lontano 1969, "New York Tendaberry", anche se le sue rapsodie erano allora ispirate a un mondo tutto diverso e metropolitano. Intorno a quel nocciolo, a quel nucleo forte e sottile, brulica come sempre un universo di microorganismi sonori: il drumming jazz di Steve Gadd, agilissimo e sensibile, e vaporose cortine di sintetizzatori; un tocco di vibrante chitarra e i timbri esotici di un campionatore; discrete partiture d'archi e flebili loop in sottofondo, con il gelido soffiare del vento e la calma sospesa di un paesaggio innevato che protegge da un mondo troppo rumoroso. In "Snowflakes", il pezzo iniziale, la Bush ha il coraggio, o l'incoscienza, di cedere il ruolo di protagonista alla voce acerba e acuta di Bertie, il figlio tredicenne già celebrato in una canzone del precedente "Aerial" , il doppio album che nella seconda parte seguiva l'evolversi di una giornata estiva e che dunque può ritenersi in un certo senso speculare alla nuova opera. Subito dopo, in "Lake Tahoe", è un preludio operistico per soprano (Michael Wood) e controsoprano (Stefan Roberts) a introdurrre la fiaba, molto bushiana, di uno spettro femminile in abiti vittoriani che emerge dalle acque del lago per chiamare il suo cagnolino che poi si srotola delicatamente su un ritmo accennato di bolero. "Misty", l'episodio finale della trilogia, è un altro sogno a occhi aperti, ancora più vertiginoso. Un tango etereo e irregolare di quasi 13 minuti e mezzo di durata in cui la voce di Kate danza intorno al suo erotico oggetto del desiderio: un pupazzo di neve che si scioglie nelle mani e nel letto della donna che lo ha creato. Un tema fantasioso e insidiosissimo: ma la Bush, che in "Aerial" aveva tratto impensabili e struggenti spunti poetici dal vorticare d'abiti in una lavatrice, ha già dimostrato di saper camminare sul filo del kitsch e dell'assurdo senza precipitare nell'orrido e nel ridicolo. Ci riesce anche in "Wild man", dove vagheggia un incontro ravvicinato con lo Yeti inseguito sulle pendici dell'Himalaya. Lì il disco cambia passo (è il singolo "pop", prescelto per promuovere il disco), con un ritmo più scandito e regolare e un tessuto orientaleggiante di folk elettronico che offre il fianco a un'altra sensualissima interpretazione vocale della Bush e a un cameo di Andy Fairweather-Low (sua la voce distorta che esplode nel ritornello). Ogni ospite - e stavolta sono eclatanti - è chiamato a recitare un ruolo scritto apposta per lui: sull'ipnotico e insistente riff di synth di "Snowed in at Wheeler Street" è nientemeno che sir Elton John a dar voce all'amante perduto e poi di nuovo incontrato nel corso dei secoli e di tragici avvenimenti epocali (il rogo di Roma, la Seconda Guerra Mondiale, l'11 settembre 2001), con un canto che parte sommesso per poi dispiegarsi a pieni polmoni. Mentre nella title track lo straordinario attore, regista ed entertainer Stephen Fry fa esattamente quel che promette il titolo: su una base delicatamente ritmata, e scherzosamente incitato dalla Bush, enumera 50 sinonimi (spesso inventati di sana pianta) della parola neve con il piacere voluttuoso, ha scritto bene qualcuno, di chi assapora altrettanti gusti di gelato. Prendere o lasciare, "50 words for snow" si candida sicuramente al titolo di pezzo più bizzarro dell'anno, una divertita performance teatrale, un ardito gioco fonetico più che una canzone in senso tradizionale. E' "Among angels", invece, a riportare tutto da dov'era cominciato, dopo quella che sembra una falsa partenza (un'altra sorpresa, per una "control freak" perfezionista ossessiva come la Bush): di nuovo il piano & voce, di nuovo senza filtri né trucchi, per un ritorno in cielo che suona come un sereno epitaffio all'esistenza terrena. Se si è della disposizione d'animo giusto se ne esce ancora una volta conquistati. Perché a 53 anni, e assolutamente in controtendenza, la Bush continua a fare dischi che evocano mistero, fantasia e intrepida avventura come ai tempi pionieristici del pop e rock "progressivo". Per lei, come dice il "Guardian", è ancora "extraordinary business as usual".





(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Snowflakes
02. Lake Tahoe
03. Misty
04. Wild man
05. Snowed in at Wheeler Street
06. 50 words for snow
07. Among angels