«SONGBOOK - Chris Cornell» la recensione di Rockol

Chris Cornell - SONGBOOK - la recensione

Recensione del 21 nov 2011 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Certe volte si fa fatica a capire la direzione presa da artisti, anche di enorme talento. Prendete Chris Cornell. Negli ultimi anni ha pubblicato un ignobile disco solista con Timbaland, riunito i Soundgarden - che però ci hanno messo un anno e mezzo prima di partire per un tour vero e proprio. Nel mezzo di questa reunion dai tempi dilatati, Cornell se ne è andato in tour da solo, con una chitarra acustica. Da quella tournée arriva questo “Songbook”, disco dal vivo acustico.
Non è la prima volta che Cornell si esibisce in questa veste. In rete circola da tempo un bootleg di un concerto a Stoccolma, che evidentemente era funzionato molto bene e che ha spinto il cantante a portare avanti l’idea. E, non c’è che dire, in questa veste funziona non bene, ma benissimo: una sola chitarra acustica è perfetta per esaltare la voce cristallina e potente di Cornell. Che alterna pezzi di “Scream” spogliati dai beat di Timbaland (“Ground zero”) a belle versioni di brani dei Soundgarden (“Fell on black days”, “Black hole sun”), a brani degli Audioslave, ad altri brani dalla carriera solista, a cover – una bella di “Thank you” che dimostra ancora una volta come Cornell vocalmente sia l’erede più credibile di Robert Plant, e una di "Imagine". C’è addiritttura spazio per il recupero di un brano dei Temple of the Dog, il “supergruppo” formato assieme agli ex-Mother Love Bone, da cui sarebbero poi nati i Pearl Jam. C’è pure un inedito, “The keeper”, inciso in studio ma in perfetta linea con il resto del disco.
Insomma, disco e scaletta ineccepibile. Performance che mostra qualche limite nell’inevitabile (e contenuta) noia che può generare un intero disco o un intero concerto solo con la chitarra acustica. Limite attutito dall’incredibile voce di Cornell.
I dubbi maggiori sono appunto sulla direzione presa dalla carriera di Cornell. O, meglio, dalla non-direzione: dischi solisti tra di loro diversissimi, band, reunion, ritorni solisti. E’ difficile vedere non tanto una coerenza, ma almeno un percorso qua in mezzo. Se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno, quantomeno, “Songbook” riporta Cornell a terreni a lui più congegniali rispetto alle terribili sperimentazioni di “Scream”. Ora aspettiamo la prossima mossa, quella che probabilmente tutti attendono davvero: un nuovo disco dei Soundgarden.

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