«PART LIES, PART HEART, PART TRUTH, PART GARBAGE (1982 – 2011) - R.E.M.» la recensione di Rockol

R.E.M. - PART LIES, PART HEART, PART TRUTH, PART GARBAGE (1982 – 2011) - la recensione

Recensione del 14 nov 2011 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Da queste parti non recensiamo spesso raccolte: con qualche eccezione, per i titoli che hanno anche un valore che va oltre la semplice operazione discografica. Che non è sbagliata, quando è fatta bene, per carità. Ma spesso si tratta di repackaging di vecchie canzoni, realizzati per soddisfare bisogni effimeri del mercato. Raccolte di cui ci si dimentica in fretta, che non restano nella memoria e hanno un posto secondario nelle discografie degli artisti.
Non questa: un titolo che ha un valore musicale, storico e simbolico grande, grandissimo. "Part Lies, Part Heart, Part Truth, Part Garbage”, è l’ultimo atto dei R.E.M..
La notizia dello scioglimento della band ha creato un’ondata emozionale inaspettata tanto quanto la notizia stessa – quasi un fulmine a ciel sereno. Alla notizia, data con stile, è seguita poco dopo l’annuncio di questa raccolta – in realtà programmata da tempo. Lo sfruttamento discografico è inevitabile per tutti.
Non è la prima raccolta della loro carriera. Solo negli ultimi 10 anni ne erano uscite altre due, e diverse ancora prima. Questa però è la prima a riunire in un’unica pubblicazione tutto il catalogo della band, quello del periodo IRS (1982-1987) e quello del periodo Warner (1989-2011). Ed è una raccolta che ci ricorda perché abbiamo amato questa band, non solo per la musica ma per ciò che la circonda: a partire dal bel titolo "Part Lies, Part Heart, Part Truth, Part Garbage”, vecchia definizione della band data anni fa da Peter Buck, che identifica perfettamente il mix tra onestà e teatralità, pancia e testa, understatement e ambizioni che ha reso grande il gruppo. Per arrivare alla copertina e alla grafica, al lettering: nei 5 simboli della gif animata che vedete anche qua sopra sono riassunti non solo 30 anni di storia dei R.E.M., ma l’evoluzione della musica negli ultimi decenni.
I R.E.M. ci mancheranno anche per questo: per come sapevano impacchettare l’oggetto album: belle, e molto ricche le note di copertina sulle singole canzoni, ricche di aneddoti inediti. Un modo, quello di confezionare dischi così, che è un po’ fuori dal tempo. Anche i R.E.M. sono ormai fuori dal tempo: una band nata con le cassettine, che si è sempre adattata bene al nuovo, che ha sempre saputo usare con intelligenza modi, media e tecnologie, ma che probabilmente non aveva più voglia di stare dietro a tutta la frammentazione della diffusione della musica nel nuovo ecosistema musicale.
Poi ci sono le canzoni: 37+3. La scelta dei classici è lineare, quasi inevitabile, con qualche sorpresa e inclusione apparentemente minore: “Life and how to live it” da Fables – ottima scelta è un capolavoro; oppure “The sidewinder…” da “Automatic for the People”, a scapito di “Drive”, l’inspiegabile presenza di “Alligator_Aviator_Autopilot_Antimatter”, dall’ultimo “Collapse into now” che aveva pezzi sicuramente migliori. Una distribuzione che la dice lunga sull’autopercezione della band della propria discografia: “Monster”, "Up", “Reveal” e “Around the sun”, sono gli unici dischi che hanno una sola canzone Ma questi sono ragionamenti che lasciano il tempo che trovano. Ci sono praticamente tutte le canzoni che ci devono essere, poi ogni fan avrà le proprie recriminazioni: questa è un’altra storia.
Le tre nuove canzoni: “We all go back to where we belong” è un piccolo gioiello di pop, arrangiato con fiati alla Bacharach, che dimostra che i R.E.M. forse avevano ancora un po’ di cose da scrivere. Nulla di nuovo, ma una scrittura di altissimo livello, con uno Stipe che canta con voce quasi rotta un testo abbastanza esplicito sulla fine del gruppo – scelta che a livello emotivo emoziona, a livello un po’ più razionale lascia un po’ interdetti per un gruppo che ha sempre fatto del mistero una delle proprie chiavi.
“A month of saturdays” è poco più che un divertimento, un rock sbilenco da 1 minuto e mezzo - un tributo ai concittadini Pylon, dice Buck nelle note. “Hallelujah” è una particolare ballata psichedelica che piacerà ai fan. Due canzoni veramente strane per una compilation di fine carriera, che bilanciano la scelta più ovvia dell’altra canzone.
E poi, alla fine della canzone 40, finisce anche la carriera dei R.E.M.
Questa raccolta dimostra l’enorme eredità che la band lascia, in termini di repertorio, affetto, ammirazione, coerenza e tutte quelle cose lì, che sono tutt’altro che scontate: pochi hanno saputo suscitarle, tutte assieme, per così lungo tempo. Una sensazione dolceamara, come ha detto lo stesso Stipe: una band che chiude al momento migliore, laddove altri avrebbero potuto campare di rendita per anni.
Quello che questa raccolta non dice – non ancora – è come verrà gestita questa eredità. Vedremo altre ristampe, come quelle ormai annuali dei dischi del primo periodo della band? Qualcuno metterà mano agli archivi e ogni tanto salteranno fuori altre pubblicazioni inedite o semi inedite?
A domanda, Stipe e soci escludono ogni reunion futura, e ora non possono che fare altrimenti. Ma nei prossimi anni il marchio R.E.M. non sparirà, è abbastanza inevitabile. Così viene da pensare che “Part Lies, Part Heart, Part Truth, Part Garbage” è un testamento provvvisorio. Un testamento sobrio, completo. Ma con ogni probabilità non definitivo, perché anche se la band non suonerà più, inevitabilmente altre pubblicazioni arriveranno. “Part Lies, Part Heart, Part Truth, Part Garbage” è un ottimo modo per i fan per elaborare il lutto, per gli altri per (ri)scoprire la storia della band. Poi il resto, lo scopriremo solo vivendo, come diceva un altro cantante.

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