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Recensioni / 07 nov 2011

Florence and the Machine - CEREMONIALS - la recensione

Voto Rockol: 4.0/5
Recensione di Marco Jeannin
CEREMONIALS
Island (CD)
Fino a qualche anno fa, affrontare un secondo album significava dover fare i conti con il disco della conferma. Il “fatidico secondo album”, il proverbiale “o la va, o la spacca”. Ne erano consapevoli in primis gli autori, che si dannavano per produrre dischi all’altezza delle attese, e ne eravamo consapevoli anche noi dall’altra parte della barricata, pronti a dar battaglia coltello tra i denti. Da qualche tempo a questa parte però le cose sono cambiate, e per la maggior parte delle band di nuova generazione arrivare a un secondo disco oramai equivale a raggiungere un vero e proprio traguardo: per alcuni rappresenta una vetta insuperabile, per altri un triste preludio a una prematura scomparsa.
Un problema con cui Florence Welch non dovrà fare i conti, perché questo “Ceremonials” sembra riportare tutto alla cosiddetta “normalità”.
Il nuovo lavoro targato Florence and the Machine arriva a due anni di distanza da quello che fu uno dei più grandi successi del 2009, quel “Lungs” che rimase in classifica per ventotto settimane consecutive (in Top 40 per ben sessantacinque) nel Regno Unito, vendendo la bellezza di più di centomila copie in meno di un mese. A Florence viene proposto di trasferirsi negli Stati Uniti, per studiare da vicino i grandi fenomeni del pop mondiale e mettersi all’opera con qualche produttore in grado di garantire la cosiddetta “svolta” stilistica e vendite ancora più strabilianti del già fortunatissimo esordio. La pista sembra tracciata, il programma stabilito. Purtroppo, o per fortuna, l’offerta viene gentilmente declinata.
Decisa a non cedere alla tentazione americana, la venticinquenne dai capelli ex rosso fuoco recluta nuovamente il fido amico e produttore Paul Epworth (uno che, tra l’altro, ha lavorato con Adele per il suo “21” e in questo caso co-autore dei ben sette pezzi), e si mette all’opera in un piccolo studio di registrazione londinese prima di registrare il master definitivo agli Abbey Road Studios. L’obiettivo fissato è dare un seguito degno di questo nome al disco d’esordio, qualcosa di “… più grande, più dark, con basso e batteria molto più pesanti”. Ergo?
“Ceremonials” è un “Lungs” privato della componente indie e fondato completamente su solide basi soul, gospel e rock volte a creare un sound robusto e compatto. Un disco baroccamente solenne, supportato da liriche al limite del dark (“…I was dead when I woke up this morning / I’ll be dead before the day it’s over…”), nato per stupire senza però mai tradire il tipico gusto pop (molto più terra terra) per la melodia diretta. Dodici pezzi in totale, dodici potenziali singoli sulla falsa riga delle ormai celebri “Drumming song” e “Rabbit heart (Raise it up)”, tutti quanti perfettamente attrezzati per sopportare ben più di qualche sporadico passaggio in radio. Nessuna rivoluzione, nessuna ricerca della novità a tutti i costi. Solamente, e non è poco, una conferma prepotente di quanto fatto in precedenza, in altre parole un “Lungs” versione 2.0 incredibilmente pompato e tirato a lucido come da programma. Basta ascoltare due inni come “Shake it out” e “Leave my body”, il cadenzato travolgente della progressione rock di “What the water gave me”, il soul rovente di “Lover to lover” e la preghiera innamorata “No light, no light”, in assoluto uno dei pezzi migliori del disco (“… ‘cause it’s so easy to sing it to a crowd / but it’s so hard, my love, to say it to you…”), per toccare con mano i risultati più evidenti della “cura Welch”. E se non bastasse buttate un orecchio anche alla litania spiritica “Seven devils” e all’ottima cavalcata tambureggiante “Heartlines”. Così, giusto per farvi un’idea.
Ora, ci sono due modi per valutare un disco come questo. Da una parte c’è chi rimarrà inevitabilmente deluso nel constatare che il materiale, in un modo o nell’altro, è lo stesso di due anni fa, solamente più farcito e ricamato. Del resto si sa che correre pochi rischi è il modo più rapido per piacere al maggior numero di persone (o scontentarne il minore, che dir si voglia). Dall’altra si può considerare “Ceremonials” un album, come ho già detto in apertura, “vecchio stile”, nato sostanzialmente per confermare la bontà del songwriting di una ragazza che, dopo questa prova, non può più nascondersi. Posizione questa che mi sento pienamente di condividere, perché è partendo da dischi del genere che poi arrivano i veri capolavori, ed è niente meno che un capolavoro che d’ora in poi sarà lecito aspettarsi da Florence and The Machine. Magari non sarà il prossimo album, e forse neanche quello dopo. Pazienza, arriverà. Nel frattempo, per ingannare l’attesa, potete sempre dedicarvi alla corposa versione deluxe di “Ceremonials”, fornita di ben otto pezzi extra di cui tre bonus track, due demo e tre interessanti versioni acustiche di “Heartlines”, “Shake it out” e “Breaking down”.