«NATI PER SUBIRE - Zen Circus» la recensione di Rockol

Zen Circus - NATI PER SUBIRE - la recensione

Recensione del 31 ott 2011 a cura di Giuseppe Fabris

La recensione

I Zen Circus sono una delle poche rock band italiane che hanno fatto della musica la propria vita: dal 1994 ad oggi non hanno mai smesso di suonare dividendo il tempo a propria disposizione tra strada, palco e studio di registrazione, concedendosi pochissimi spazi per respirare. Solo in questo modo sono riusciti a far sopravvivere la loro micro-azienda e lentamente impossessarsi dello scettro della migliore live band del nostro piccolo “Paese che sembra una scarpa”.
Partiti da Pisa, scapestrati e irruenti, con la venerazione per i Violent Femmes nel cuore, Andrea Appino, Ufo e Karim Qqru (unitosi in corsa) hanno agilmente superato la boa dei dieci anni di carriera mostrando un'evoluzione costante che li ha portati prima a perfezionare un sound rock grezzo ma accattivante, per poi introdurre pian piano l’italiano dimostrando, così, di avere nelle loro corde anche il pop e il cantautorato.
Questo settimo album intitolato “Nati per subire”, il secondo totalmente in italiano, ne è l’ulteriore conferma: undici canzoni in cui troviamo tutto il mondo dei Zen Circus, che ritroviamo a raccontarci il mondo visto dalla finestra, con la loro lingua che taglia e brucia come la carta.
L’attacco di “Nel paese che sembra una scarpa” è dei migliori: bastano poche note e ci sembra già di vederceli davanti, a dimenarsi sul palco: Appino a raccontare le sue storie con voce e chitarra, Ufo a seguirlo con le melodie del suo basso e Karim sempre preciso e rabbioso sui suoi tamburi. L’angoscia dell’omologazione e della noia non toglie ai tre la forza per ricordarci che “ci spezziamo ancora le ossa per amore / un amore disperato per tutta questa farsa / insieme nel paese che sembra una scarpa”.
“L’amorale” è un classico dei Zen Circus al 100%, una filastrocca amara che sembra cantata da un bambino cresciuto troppo in fretta che tra il gioioso e lo spietato canta nel ritornello “dio non esiste, lasciatelo dire / è una morale per me, un'amorale”.
“Nati per subire”, uno dei brani migliori del disco, ci riporta alle radici rock-new wave della band toscana, mentre in “Atto secondo” viene fuori tutta la tradizione del cantautorato impegnato nel raccontarci i mali del nostro paese e la speranza rivolta in un gommone per scappare. Se “I qualunquisti” ci fa urlare di rabbia, in “La democrazia semplicemente non funziona” gli Zen continuano a smontare la realtà del nostro Paese con una ballata dilatata, mentre “Franco” potrebbe essere (azzardiamo) il pronipote blues dell’Armando cantato da Jannacci.
Il finale ci regala due pezzi di quell’allegria feroce che è ormai la firma di Appino e Soci, se “Milanesi al mare” è un brano dal sapore estivo in cui la città meneghina viene descritta come se fosse una località balneare, anche se quest’illusione è provocata solo dalla felicità provocata da un grande amore, con “Ragazzo eroe” gli Zen ci raccontano l’Italia che amano, di chi “picchia, beve e sbava, sbaglia tutto mantenendo un certo stile”: quei ragazzi che hanno conosciuto per strada e che vorrebbero davvero portar con sé alla ricerca di quel Belpaese (non il formaggio) che abbiamo tutti dimenticato, magari lasciando alle spalle quei “cattivi pagatori” di cui viene cantato l’epitaffio nell’ultimo brano.
“Nati per subire” si dimostra così come un variopinto panorama sulla realtà del nostro Paese, raccontato con il ghigno e la rabbia di una band che è ormai il punto riferimento da prendere per chiunque voglia far musica in Italia.

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