«RAVE ON BUDDY HOLLY - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - RAVE ON BUDDY HOLLY - la recensione

Recensione del 13 lug 2011

La recensione

Nel folklore americano (e in “American pie” di Don McLean) il 3 febbraio del 1959 è diventato “il giorno in cui morì la musica”: il piccolo aereo a noleggio su cui viaggiavano Buddy Holly, The Big Bopper e il Ritchie Valens di “La bamba” si schiantò poco dopo il decollo nei dintorni di Mason City, Iowa, portandosi via una fetta del miglior rock’n’roll dei Fifties. Holly, soprattutto: l’occhialuto ventiduenne texano (allora il rock era davvero giovane…) che sdoganò la miopia nel rock ispirando prima John Lennon e poi Elvis Costello, il bianco che faceva coesistere in assoluta e inedita armonia il rockabilly, il pop, il country e il rhythm and blues inventandosi con i Crickets e con il produttore Norman Petty tecniche di registrazione che hanno fatto scuola (Le sovraincisioni? L’eco? Il close miking? Praticamente li hanno inventati loro). Sono passati oltre 52 anni da quel giorno, e questo nuovo album tributo a uno degli imberbi padri fondatori del rock conferma una volta di più che la sua era una musica capace di abbracciare i generi e, a posteriori, di mettere d’accordo più generazioni. Cosicché risulta giustificata anche la composizione di una scaletta costruita certamente con un occhio al “business”, alternando senatori e novizi, istituzioni del rock, specialisti della materia e nomi caldi del momento. Diciannove contributi, stipati in cinquanta minuti di musica grazie al fatto che le miniature pop rock di Holly arrivano da un’epoca in cui i 45 giri duravano al massimo tre minuti. Qualcuno gioca sul sicuro, altri tentano la rivisitazione radicale. Tra i primi il più soprendente è sir Paul McCartney, che ad Holly si ispirò da ragazzino per affermarsi come autore e non solo come interprete, e che – come editore delle sue canzoni – ha un forte interesse imprenditoriale nell’operazione: la sua versione di “It’s so easy” (sì, quella di Linda Ronstadt) è rauca, sporca, distorta e spiritata quasi come fossimo ancora ai tempi del Cavern, e tra i suoi “stop and go” e i suoi urlacci Macca sembra davvero divertirsi un mondo. Gli fa da contraltare il compassato Nick Lowe, fin dai tempi degli effimeri Rockpile e prima ancora lui pure un cultore del genere: non poteva sbagliare, e infatti la sua “Changing all those changes” è una perfetta rivisitazione spaziotemporale di un brano non tra i più ricordati in repertorio. Anche Lou Reed e Patti Smith scelgono strade opposte. L’uomo di “Berlin” piega lo spartito ai suoi voleri, immergendo “Peggy Sue” nel solito bagno di feedback e di fuligine metropolitana; la poetessa punk, invece, si lascia avvolgere dagli archi morbidi e dall’atmosfera sognante di “Words of love”: con le cover, lo ha dimostrato tante volte (da “Because the night” all’album “Twelve”, passando per “When doves cry” di Prince) ci va a nozze, e basta la sua voce emotiva ed emozionante per fare della sua interpretazione uno dei punti di forza della raccolta. Violini, melodia e soffuso sentimentalismo pop sono i tratti dominanti anche di “True love ways”, dove si fatica a riconoscere i sempre più camaleontici My Morning Jacket di Jim James, e della malinconica “Raining in my heart”, esercizio di bella calligrafia (ma poco più) ad opera di un altro hollyano di stretta osservanza, l’inglese Graham Nash. E’ un senior anche il sottovalutato John Doe già forza motrice dei losangelini X, tra i migliori del lotto con una “Peggy sue got married” ipnotica, onirica e asciutta, in sospeso tra elettrico e acustico. Il minimalismo è la carta giocata anche dai Black Keys in una souleggiante e convincente “Dearest” e dalla coppia (professionale e sentimentale) formata dal produttore Jon Brion e dalla rediviva Fiona Apple, deliziosi in una “Everyday” cadenzata dal suono spectoriano di un glockenspiel. Tutto il contrario di Kid Rock, sempre più impegnato a inseguire il fantasma del primo John Mellencamp e di Jon Bon Jovi con una “Well all right” trasformata in un fragoroso Stax soul divertente e come sempre un po’ caciarone; il momento più ritmico e dinamico del disco assieme ad una efffervescente rilettura del classico presleyano “(You’re so square) Baby, I don’t care” da parte di un ispirato Cee-lo Green, Osano ancora di più Florence and the Machine, che nel prendere di petto la celeberrima “Not fade away” si travestono da pittoresca marching band in parata al carnevale di New Orleans, il Julian Casablancas di una “Rave on” caotica e in chiave techno-rock e i Modest Mouse, talmente coraggiosi o avventati da rendere a tratti irriconoscibile il superclassico “That’ll be the day” in una rielaborazione sinistra e tenebrosa: promossi i primi, rimandati gli altri due. Bravi gli She & Him, alias Zooey Deschanel e M. Ward arrembanti sul ritmo galoppante di “Oh boy!”, nella norma il resto della truppa con la vocina infantile di Jenny O, il figlio di Steve Earle Justin Townes, i coveristi di professione Detroit Cobras. E’ il pregio e il difetto dei dischi tributo: un po’ per tutti e un po’ per nessuno, croce e delizia dei completisti e dei fan, destinati ad ascolti piacevoli e fugaci.



(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Dearest (Black Keys)
02. Everyday (Fiona Apple e Jon Brion)
03. It’s so easy (Paul McCartney)
04. Not fade away (Florence and the Machine)
05. (You’re so square) Baby, I don’t care (Cee-lo Green)
06. Crying, waiting, hoping (Karen Elson)
07. Rave on (Julian Casablancas)
08. I’m gonna love you too (Jenny O)
09. Maybe baby (Justin Townes Earle)
10. Oh boy! (She & Him)
11. Changing all those changes (Nick Lowe)
12. Words of love (Patti Smith)
13. True love ways (My Morning Jacket)
14. That’ll be the day (Modest Mouse)
15. Well all right (Kid Rock)
16. Heartbeat (Detroit Cobras)
17. Peggy Sue (Lou Reed)
18. Peggy Sue got married (John Doe)
19. Raining in my heart (Graham Nash)
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