«THE NORTH STAR GRASSMAN AND THE RAVENS - DELUXE EDITION - Sandy Denny» la recensione di Rockol

Sandy Denny - THE NORTH STAR GRASSMAN AND THE RAVENS - DELUXE EDITION - la recensione

Recensione del 04 lug 2011

La recensione

Ma perché Sandy Denny non ha raggiunto la fama post mortem di un Nick Drake? Molte cose li accomunavano. Stesso ambiente e stessa epoca, a cavallo tra i Sessanta e i Settanta. Stessa etichetta artist-friendly, la benemerita – sempre sia lodata – Island di Chris Blackwell. Stesso giro di amici e musicisti, analogo humus cultural/musicale: il folk revival personalmente rielaborato e il cantautorato umbratile di quella stagione indimenticabile della musica d’Albione. Identico insuccesso commerciale e stessa tragica fine a tre anni e mezzo di distanza, Nick per una overdose da antidepressivi, Sandy per i postumi di una caduta dalle scale a casa di un’amica, il 21 aprile del 1978, epilogo beffardo di un’esistenza sempre più confusa e disordinata. Magari c’entra il carattere: l’aura del culto si addice più a un timido enigmatico come Drake che a una personalità esuberante ed estroversa com’era la Denny. Ma sarebbe davvero ora di una riscoperta in piena regola, non fosse altro che per quella voce purissima e potente che, di fronte ai Fairport Convention che la provinavano come nuova cantante solista, la faceva risplendere “come un bicchiere lindo in un lavandino di piatti sporchi” (l’illuminante definizione è del chitarrista del gruppo Simon Nicol). Con i Fairport Sandy passò i giorni più felici della sua vita, affiancando i ragazzi di Muswell Hill in quel frenetico 1969 che produsse tre album, ultimo dei quali l’epocale “Liege and lief”. Tornò all’ovile tra il ’74 e il 75, per stare accanto al marito australiano Trevor Lucas e leccarsi le ferite che s’era procurata nel frattempo, con la breve e sfortunata avventura dei Fotheringay (bellissimo, comunque, il loro unico album ufficiale datato 1970) e la carriera solista cui l’aveva spinta il produttore Joe Boyd. Il quale, qualche anno fa, nel libro autobiografico “White bicycles” ricordava l’altro lato della sua personalità: tanto sicura di sé sul palco e in studio di registrazione quanto goffa e insicura nella vita privata: alla maniera di Bridget Jones nell’interpretazione sopra le righe di Renée Zellweger. Era il settembre del 1971, quandò uscì “The north star grassman and the ravens”, il folk rock britannico viveva la sua stagione più florida, da lì a un paio d’anni gli Steeleye Span avrebbero scalato le classifiche ma Sandy mirava ad altro: diventare una cantautrice rispettata com’era Joni Mitchell dall’altra parte dell’oceano. Dicono che non ci sia riuscita, e che “Northstar”, oggi ristampato da Universal in doppia edizione deluxe, sia un disco imperfetto. Molti gli preferiscono “Sandy”, l’album successivo che pur lucidato a specchio (a cominciare dal ritratto di copertina scattato da David Bailey) non le permise di spiccare il volo nel mainstream. Sarà: io preferisco la maghetta bionda che tra erbe, spezie, ampolle, lampade e cassettiere dell’antica drogheria immortalata sulla cover sembra cercare di leggere il futuro. Perché qui dentro c’è musica che scuote, che scalda e che emoziona. I primi arpeggi di “Late november” rompono gli argini come un fiume impetuoso, lirici e vibranti: una melodia maestosa come una montagna scossa dall’elettricità rock delle chitarre di Jerry Donahue e Richard Thompson, coproduttore del disco accanto alla Denny e all’immancabile tecnico del suono dei Sound Techniques di Chelsea, John Wood. Con quell’incipit Sandy gioca subito a carte scoperte: fa la solista per modo di dire, senza i suoi amici si sentirebbe perduta e allora quella che si raccoglie in studio è una famiglia allargata e mista Fairport-Fotheringay con buona pace di Boyd che intanto è volato in America per altri impegni professionali. E’ una scelta di campo rassicurante, su territori conosciuti, dai tradizionali riarrangiati (“Blackwaterside”) al rockabilly di Brenda Lee (“Let’s jump the broomstick”), dalle ballate di ispirazione marina (“The sea captain”) all’immancabile Bob Dylan di una bluesaggiante “Down in the flood”: dopo “I’ll keep it with mine”, “Percy’s song” e “Million dollar bash” dei Fairport, ancora un tuffo negli anfratti più oscuri del canzoniere dell’uomo di Duluth, quei “Basement tapes” che da qualche anno circolavano negli uffici degli editori inglesi in cerca di interpreti. E’ la degna corona ad alcune delle migliori canzoni del repertorio di Sandy, il passo marziale di “John the Gun”, l’inquietudine di “Wretched Wilbur”, le metafore della title track. l’autoritratto un po scherzoso di “Crazy lady blues”, il ricordo struggente della sfortunata storia d’amore col tormentato cantautore americano Jackson C. Frank tratteggiato in “Next time around” e avvolto dagli archi arrangiati da Harry Robinson. Il senso del disco sta lì, come spesso capita le bonus aggiungono solo notazioni di appendice, con qualcosa in più e anche qualcosa in meno (sta diventando una pessima abitudine) rispetto alle riedizioni precedenti: due bei duetti con Thompson (una cover di “Walking the floor over you”, hit country primi anni ’40 di Ernest Tubb) e Ian Matthews, flautata voce dei primi Fairport, una manciata di demo già piuttosto rifiniti, Bbc sessions di qualità audio variabile e a volte anche decisamente scadente, con un ronzio che rievoca una sintonia non perfetta sul canale. “The northstar grassman” non fece di Sandy una star, convincendola a tentare strade più accessibili e a giocare la carta della “sophisticaded lady” un po’ démodé. Fu tutto inutile: sopraffatta dalle infedeltà del marito e dalla durezza della vita on the road, da una maternità cui non era pronta, dall’abuso di farmaci e alcolici e da insicurezze abissali cominciò il cammino verso l’autodistruzione. Oggi ci piace immaginare che non se ne farebbe un cruccio, di una fama inferiore a quella dell’amico Drake. La conforterebbe sapere che ce la ricordiamo come uno spirito affine a Joni Mitchell, e non a Bridget Jones.



(Alfredo Marziano)
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