«BOOGIE 4 STU - A TRIBUTE TO IAN STEWART - Ben Waters» la recensione di Rockol

Ben Waters - BOOGIE 4 STU - A TRIBUTE TO IAN STEWART - la recensione

Recensione del 27 giu 2011

La recensione

“San” Ben Waters, pianista inglese del Dorset fanatico del boogie woogie, delle big band e del primo rock’n’roll, ha fatto un piccolo miracolo passato più o meno inosservato sotto i cieli del rock. Grazie a lui, e per la prima volta in vent’anni, Bill Wyman s’è ritrovato a suonare accanto a Mick Jagger, Keith Richards, Ron Wood e Charlie Watts, tutti insieme appassionatamente per una cover di “Watching the river flow” bluesy, rauca e vibrante quanto l’originale rilasciato da Bob Dylan nell’anno di grazia 1971. Non è successo in un disco dei Rolling Stones, ché altrimenti sarebbero squillate le trombe e si sarebbero riempite le pagine dei giornali. E la reunion a essere onesti è stata virtuale, dal momento che Wyman ha sovrainciso il suo basso all’ultimo momento, e Jagger ha spedito la sua traccia vocale e il suo assolo di armonica per posta elettronica dalla Francia. Resta il fatto che nei crediti di quel pezzo compaiono tutti e cinque, Glimmer Twins e vecchi compagni di bisboccia. Lode a Waters, dunque, che quasi involontariamente ha toccato le corde giuste: perché a rimettere in moto le pietre rotolanti è stato il ricordo vivo e affettuoso di Ian Stewart, il “sesto Stone” dal look operaio e dalle dita magiche passato a miglior vita nel 1985 cui questo album (incluso il bel ritratto di copertina firmato da Sir Peter Blake: sì, proprio quello di “Sgt. Pepper’s lonely hearts club band”) è dedicato. Lui e Watts, ha ricordato Richards a Waters, sono le uniche persone di sua conoscenza di cui nessuno ha mai osato parlar male. “I Rolling Stones”, ha scritto il chitarrista nella sua recente autobiografia, “per me sono la sua band. Senza la sua competenza e la sua organizzazione…non saremmo andati da nessuna parte”. Un comprimario di primissimo piano, lo scozzese, nel dietro le quinte della storia del rock: non solo Stones, per dire, ma anche i Led Zeppelin che lo arruolarono per pestare i tasti su “Rock and roll” (quarto album), e che su “Physical graffiti” gli intitolarono “Boogie with Stu” (Waters si è ricordato anche di questo). Il discepolo, lo racconta lui stesso nelle note di copertina, si è formato sulla collezione di filmati ereditata dal maestro, imparando i segreti di Albert Ammons, di Amos Milburn e di Lionel Hampton. E al compianto Ian ha voluto qui riservare l’onore dei titoli di coda, una vivace versione di “Bring it on home to me” di Sam Cooke catturata live al Montreux Jazz Festival del 1984 insieme ai suoi Rocket 88, perfettamente in sintonia con il resto. Che a Ian sarebbe sicuramente piaciuto: musica festosa e “just for fun” (notoriamente, Stewart non digeriva le tonalità in minore), con tanto pianoforte e tanti fiati, e omaggi assortiti al blues e al rhythm and blues anni Cinquanta-primi Sessanta, al boogie di Ammons e Milburn e al jive di Louis Jordan. Un divertissement di mestiere e passione, con un suono vintage cui la produzione del mago Glyn Johns preserva ruspante brillantezza. Tanti sorrisi, capelli e barbe bianche e ventri pronunciati tra i musicisti che si sono dati appuntamento nello studio di Jools Holland, altro pianista innamorato di quei suoni oltre che ex Squeeze e presentatore di un programma musicale di successo in tv: ascoltate come si divertono a duellare sulla tastiera, Ben e Jools, nella title track composta a quattro mani o in “Midnight blues”, mentre Holland si incarica di ricantare “Make me a pallet on your floor”, traditional immancabile nella dieta base dei bluesmen e dei folkies degli anni Sessanta. Sempre con Stewart nel cuore, in un paio d’occasioni Waters si esibisce in versione solista. Poi arriva Keef, quasi timido alla chitarra nel numero da ballo “Rooming house boogie”, inconfondibile con la sua voce spiegazzata in “Worried life blues” (dove si alterna al canto con Wood), e la festa si surriscalda. Ah, c’è un’altra sorpresa: il flebile sussurro di “Lonely avenue”, classicissimo di Ray Charles, appartiene a una imprevedibile PJ Harvey, che di Waters è cugina e nell’occasione soffia anche in un sax, mentre lui si prodiga al piano verticale di Stu conservato tuttora nella casa dei genitori di Polly. Insomma, ci siamo capiti: “Boogie 4 Stu” è un affare di famiglia e un sincero atto d’amore (ed è apprezzabile la scelta di devolverne gli incassi per beneficenza), uno di quei dischi easy e piacevoli che valgono più, forse, per chi ne è protagonista che per chi li ascolta. Realizzato con partecipazione e senza pretese, assomiglia molto al suo ispiratore, musicista per passione e sempre fedele agli amici: anche quando questi (per volontà del manager) lo estromisero dal gruppo perché non aveva il pshsyque du rôle del rocker maledetto che nessuno avrebbe voluto come fidanzato di sua figlia. Continuò a lavorare per loro, come session man e come roadie, lasciando un ricordo indelebile di quegli anni ruggenti: così forte e struggente che tutti quanti, anche i litigiosi Stones, non hanno voluto perdersi l’occasione di partecipare a questo sacrosanto tributo.



(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Boogie woogie stomp
02. Rooming house boogie
03. Worried life blues
04. Boogie for Stu
05. Make me a pallet on your floor
06. Midnight blues
07. Lonely avenue
08. Watching the river flow
09. Roll’em Pete
10. Suitcase blues
11. Bring it on home to me
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