«SONDRE LERCHE - Sondre Lerche» la recensione di Rockol

Sondre Lerche - SONDRE LERCHE - la recensione

Recensione del 13 giu 2011

La recensione

E’ un veterano di neanche trent’anni, il norvegese Sondre Lerche, che giusto dieci anni fa si affacciò sul mercato internazionale con un disco piuttosto sorprendente, “Faces down”, allora promosso con una certa convinzione anche dalla Virgin italiana. Che non si tratti di un novizio traspare chiaramente dalla solidità e dal senso di tranquilla fiducia che si percepisce in queste dieci nuove canzoni. Diverse ma non troppo da quelle che le hanno precedute: reduce da un disco ambizioso, musicalmente denso e orchestrato come “Heartbeat radio”, Sondre ha ripreso il filo di quell’approccio asciutto e intimista tipico dei cantautori di ceppo scandinavo (Teitur, Thomas Dybdahl, i Kings Of Convenience) assecondando le suggestioni provenienti dalla sua seconda patria newyorkese, dove ha registrato il nuovo materiale. Ne ha ricavato sonorità più grezze, ermetiche e “povere”, la voce spesso in falsetto e la chitarra acustica sempre in primo piano insieme alla batteria (la suonano, tra gli altri, Dave Heilman degli Jupiter One e McKenzie Smith degli emergenti folk rocker texani Midlake): gli strumenti più adatti ad esprimere il realismo e la sfrontatezza di testi che, lo ha sottolineato lui stesso, tradiscono per una volta la sua naturale propensione al racconto immaginario e al disegno di paesaggi di fantasia. Se lo conoscete già ritroverete comunque intatto il suo dna musicale, perché le star della sua ideale galleria musicale ci sono tutte: i Beach Boys ed Elvis Costello, i Prefab Sprout del semiscomparso Paddy McAloon e i connazionali A-ha simbolo degli “altri” anni Ottanta (quelli di consumo, dai più vituperati e dileggiati: ma da dove arrivano, sennò, certe incursioni elettroniche ed inflessioni Europop?). E poi i Beatles, ovviamente, e in particolare il Paul McCartney innamorato degli standard d’altri tempi e nostalgicamente sentimentale: rivisitato in delicata chiave jazzy (“Red flags”), biancovestito e misticheggiante come ai tempi del ritiro spirituale a Rishikesh e del “White album” (“Coliseum town”). Al sesto album (escludendo una colonna sonora). Lerche non esce dal seminato, e si conferma per quel che è: lieve e intelligente, un abile miniaturista del Pop con la P maiuscola da cui sai di poterti aspettare parole intelligenti e prospettive inusuali, sequenze di accordi e linee melodiche che agganciano l’orecchio e che pure fanno drizzare le antenne per qualche piega inattesa o scarto improvviso. Ascoltate “Ricochet”, subito in apertura, gentile e delicata melodia folk pop che archi, steel guitar e cori risucchiano progressivamente in un vortice rumoroso, una piccola e inattesa tempesta primaverile di suoni. Oppure l’incepparsi di “Go right ahead” (Sondre lo definisce “tribal pop”), e il finale di “Never mind the typos”, dove la puntina del giradischi sembra incantarsi sui solchi. Certe schitarrate elettriche al limite della dissonanza (“Domino”). L’armonica di “Tied up to the tide” e le contorsioni di “Living dangerously”, con una fisarmonica che si arrampica su scale ripide in un finale intrigante (è sempre lì che Sondre ama disseminare trucchi e trabocchetti). Lorche e il suo coproduttore Nicholas Vernhes (Spoon, Animal Collective) non da oggi adorano il pop un po’ “storto”, non cercano mai la soluzione più facile e dritta. Ha detto benissimo la rivista Paste Magazine: “le canzoni di Lerche sono come pezzi di mobilio pregiato con una gamba tagliata più corta delle altre”. E che per questo attirano l’attenzione: la nota stonata, l’accordo disarmonico, l’intrusione inattesa, l’imperfezione creata ad arte servono a sporcare un orizzonte altrimenti troppo limpido. A volte suona magari come un artificio fine a se stesso, più spesso è un modo per tenere viva la fiamma ed evitare la routine, giocando con una materia – il cantautorato “pop” – che in mani abili come le sue suona ancora fresco e divertente. E’ quello, il plusvalore di un rock’n’roll svelto e sbarazzino come “Private caller” o del pulsare quasi dance di “When the river”: lì e altrove Lerche, giovane e maturo, dà l’impressione di divertirsi molto (e così diverte e incuriosisce anche noi). Sorpreso e meravigliato, lui per primo, da quel che quelle solite, benedette sette note sono ancora in grado di produrre.



(Alfredo Marziano)
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