«TAMER ANIMALS - Other Lives» la recensione di Rockol

Other Lives - TAMER ANIMALS - la recensione

Recensione del 23 mag 2011

La recensione

L'Oklahoma, lo stato dal quale provengono gli Other Lives si trova proprio al centro degli Stati Uniti. Una sua parte è nella regione delle cosiddette Grandi Pianure, un territorio di praterie e steppe dove pascolano i tipici bisonti americani. Ecco, per immaginarvi la musica del gruppo bisogna avere in mente questi paesaggi. Si, perché la band per questa sua seconda fatica "Tamer animals" sembra aver creato più una colonna sonora, un sottofondo per un lungo viaggio in macchina che un vero e proprio album. Il disco è nato dopo una gestazione lunga, frutto di 14 mesi di isolamento in uno studio di Stillwater, piccolo centro nel cuore dell'Oklahoma. Il quintetto si è dato ad un lavoro certosino di auto-produzione e registrazione quasi artigianale, che ricorda da vicino quanto recentemente fatto dai Low Anthem per "Smart flesh".
Già il titolo scelto per il disco dice molte cose: il "tamer" non è altro che l'addestratore, l'allevatore che vive quotidianamente con i propri animali. Ma attenzione, quello degli Other Lives non è "semplice" folk-revival. La strumentazione è ricca, costruita non solo con chitarra/basso/batteria ma anche con nacchere, fagotti e ovviamente uno stuolo di violini. La musica del quintetto guidato dal cantante e chitarrista Jesse Tabish è insomma un vero e proprio folk orchestrale. La prima traccia "Dark horse", aperta da un tappeto di fiati, sta lì a dimostrarlo.
Il ritmo del disco tuttavia non è mai particolarmente sostenuto, ma resta piuttosto sospeso, rarefatto: la desertica "For 12" sarebbe perfetta per un western moderno ma non dispiacerebbe nemmeno ai Radiohead più acustici. La titletrack "Tamer animals", che a sorpresa ha forti echi di anni Ottanta, avvolge in una sottile malinconia. E apre di fatto la strada al vero picco emotivo dell'album, "Dust Bowl III": un pezzo degno dei Calexico più riflessivi.
Qua e là spuntano anche veri e propri riferimenti cinematografici: "Old statues" ad esempio è smaccatamente morriconiana, così come i cori rarefatti di "Woodwind loop" rimandano a certi vecchi film americani. Non mancano momenti di eccessiva indulgenza dove gli arrangiamenti rischiano di sopraffare le canzoni, soprattutto in "Desert" e "Landforms" che rendono il finale un po' fiacco. A chiudere il cerchio ci pensa infine una breve coda strumentale ("Heading est"), anch'essa non proprio memorabile.
Poco importa: "Tamer animals" è una gran bella sorpresa, un album che finora non ha ricevuto grande attenzione mediatica ma che dimostra come gli Other Lives siano un gruppo interessante e capace di un approccio al folk tutt'altro che banale. Date una chance alle terre dove pascolano i bisonti, non ve ne pentirete.


(Giovanni Ansaldo)
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