«BORN THIS WAY - Lady Gaga» la recensione di Rockol

Lady Gaga - BORN THIS WAY - la recensione

Recensione del 20 mag 2011 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Alla fine, Lady Gaga è il simbolo perfetto della musica di questi anni. L’artista totale, a 360°, in cui è praticamente impossibile separare la forma dal contenuto, il marketing dalla sostanza, la visibilità dalla musica. Si può, ma sarebbe davvero limitativo.
Prendete “Born this way”, secondo vero disco della Germanotta - considerando “The fame monster” come un repackaging espanso del primo album. Se ne parla dalla fine dell’anno scorso, se non da prima. Questi mesi sono stati uno stillicidio di anteprime, gossip, notizie. Uno stillicidio intelligente, però. Sino all’ultimo colpo di teatro. Mercoledì 17 maggio, poco meno di una settimana dall’uscita ufficiale - ammesso che esistano ancora, le uscite ufficiali - il disco finisce in rete, illegalmente. Lo stesso giorno delle anteprime ufficiali in streaming su diversi siti e in contemporanea all’uscita di diverse interviste. Non c’è nessuna prova per una risposta, in un senso o nell’altro, ma la domanda sorge spontanea: “leak” vero e proprio o “leak” controllato? Sia quel che sia, un tempismo perfetto: tutti a parlare, analizzare, giudicare il nuovo disco, a far montare ulteriormente quell’onda che in realtà è lunga, lunghissima.
Impossibile separare il marketing dalla musica, dicevamo. Però il marketing funziona solo quando il prodotto c’è. E se c’è qualcosa che i concerti italiani ci hanno insegnato - o, meglio, confermato - è che Lady Gaga musicalmente è brava, intelligente. E questo disco lo dimostra, con un buon mix di paraculaggine, ritmo e melodia e qualche cauta sperimentazione.
Potremmo riassumere “Born this way” con una battuta, anzi una battutaccia: Lady Gaga ha smesso di assomigliare a Madonna e ha iniziato ad assomigliare a se stessa.
“Born this way” è un album che potrebbe essere letto in chiave involutiva, più che evolutiva: Lady Gaga più che citazionista è diventata autoreferenziale; canzoni che si rifanno direttamente o indirettamente alle hit precedenti (i coretti iniziali di “Judas” o “Highway unicorn”, tanto per fare un paio di esempi, o “Americano” che sembra “Alejandro” in versione 2.0); quel ripetere ossessivamente “Gaga” in ogni modo e in ogni contesto.
Però alla fine il tutto funziona ancora una volta: perché Lady Gaga ha un tocco che riesce a rendere piacevole quello che in altri contesti o fatto da altri artisti sarebbe semplicemente stucchevole. Gaga può usare sonorità “unz-unz” (onnipresenti in questo disco), può cantare uno slogan dietro l’altro; puo’ persino cantare in tedesco dicendo di non sapere cantare in tedesco ("Scheiße"); Lady Gaga può fare tutto questo e anche altre cose banali senza sembrare banale.
Tutto questo si chiama carisma, ed è un talento naturale, ma su cui Lady Gaga ha lavorato con fatica, e non solo sul marketing, ma su una costruzione impeccabile delle canzoni. E infatti la cosa più bella del disco è la sua fine, il trittico “Electric Chapel”- “You and I” - “The edge of glory”, in cui gioca con il rock. Sopratutto “You and I”, ballata basata su piano e chitarra già sentita durante i concerti dello scorso dicembre. Poi, è vero, fa un certo effetto sentire il riconoscibilissimo sax di Clarence Clemons (E Street Band) su “The edge of glory”, ma ci sta: Lady Gaga mira dichiaratamente a quell’epicità americana di cui Springsteen è l’incarnazione rock, e cerca di applicarla ad un altro genere, il pop.
La cosa che possiamo sperare per il futuro è che Lady Gaga esca un po' di più - musicalmente, s’intende - dal suo guscio, da quella che ormai è diventata la sua “comfort zone”: la canzone pop-dance. Di questo genere è ormai l’indiscussa maestra, e “Born this way” lo dimostra. Ma dimostra anche che innovare in questo campo è difficile, anche per una come lei.
Se Lady Gaga avesse voglia di insistere un po’ di più su un altro lato della sua musica, del suo personaggio - quello rappresentato dal suo lato più rock - ne vedremmo delle belle, ancora di più di quelle che già si vedono qua.

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