«IN YOUR DREAMS - Stevie Nicks» la recensione di Rockol

Stevie Nicks - IN YOUR DREAMS - la recensione

Recensione del 09 mag 2011

La recensione

“Questo disco è il mio piccolo ‘Rumours’ ”, ha azzardato Stevie Nicks presentando in pubblico “In your dreams”, primo album solista in dieci anni e settimo appena in una carriera entrata nel suo quinto decennio. Rievocando quell’irripetibile best seller da 40 milioni di copie e il suo dosaggio alchemico di ingredienti, prototipo della stagione d’oro dei Fleetwood Mac e del mainstream rock made in Los Angeles, ha alzato bruscamente l’asticella e le aspettative, già gonfiate dalla presenza in console dell’ex Eurythmics Dave Stewart e del produttore “top” Glen Ballard (Alanis Morisssette, Dave Matthews Band e tantissimi altri). Una boutade? Forse sì, perché i miracoli del 1976/77 non si ripetono (come potrebbero?), e i tre tutto sommato hanno scelto un’altra strada, a dispetto del clima divertito e rilassato che (parola di Stevie) ha caratterizzato le sedute di registrazione nel suo studio casalingo di LA, dei metodi di lavoro “all’antica” e della scelta di affidare a pochi musicisti fidati l’esecuzione dei brani (assieme alla cantautrice e a Stewart ci sono il fedelissimo virtuoso della chitarra Waddy Wachtel, il batterista Steve Ferrone, le coriste “di famiglia” Sharon Celani e Lori Nicks). Prendiamo il brano d’apertura scelto come singolo di lancio, “Secret love”: proprio una outtake di “Rumours”, con un testo stuzzicante che racconta di un amore clandestino “on the road”, nato una sera durante un tour in compagnia di Peter Frampton… Ottime premesse, ma il risultato è un midtempo rock radiofonico e abbastanza innocuo, annacquato da un ritmo sintetico, in cui la Nicks perde il confronto con nipotine come Sheryl Crow, con cui aveva peraltro inciso metà dell'ultimo "Trouble in Shangri-la", dieci anni fa. Il problema non è la voce, arrocchita, più nasale ma sempre inconfondibile e ancora affascinante. Non sono neppure le canzoni, tutto sommato dignitose. Sono soprattutto le scelte di produzione: Ballard è uno che ama i big bang e Stewart, che firma con la Nicks ben sette canzoni su tredici, è un alter ego forse troppo ingombrante, talmente all’avanguardia negli anni Ottanta da essere rimasto ostinatamente ancorato a sonorità oggi sorpassate: ascoltata oggi, la intro techno-pop di “Everybody loves you” più che di vintage sa di muffa. Date le intenzioni dichiarate, non avrebbe fatto meglio Stevie a puntare su un suono più easy, più sciolto, più naturale? La riprova (parziale) sta in “Soldier’s angel”, un blues anch’esso sovraprodotto ma di buona sostanza, che la Nicks canta con toni accorati alla Lucinda Williams ricreando per un attimo l’antica e leggendaria accoppiata con la chitarra e la voce di Lindsey Buckingham (a proposito, c’è anche Mick Fleetwood nei crediti del disco). In “New Orleans”, che a dispetto di un testo banalotto sovrappone con buon gusto chitarre acustiche ed elettriche e un violino stradaiolo. O ancora in “For what it’s worth” (i Buffalo Springfield non c’entrano), scritta con Mike Campbell degli Heartbreakers e aperta da un bel fingerpicking folk di chitarra acustica, bella atmosfera country rock per cantare di nuovo di una storia d’amore “ancora proibita, ancora oltraggiosa”. A sessantadue anni Stevie si diverte ancora a giocare con la sua immagine da sexy “strega” (guardatela in copertina, appena smontata da cavallo e circonfusa di luce), e ne approfitta per strizzare l’occhio al cinema, alla letteratura, al fantasy e magari al pubblico più giovane. “Moonlight (A vampire’s dream)” è nata nel 2009 dopo la visione di “New moon”, pellicola della saga di “Twilight”; “Annabel Lee” rielabora l’omonima e celebre poesia di Edgar Allan Poe: gotiche e medievaleggianti, elaborate e decadenti, soffrono entrambe del difetto congenito di questo disco sguazzando in un mare di suoni artificialmente riverberati. L’ispirazione letteraria (in questo caso Jean Rhys) modella anche “Wide Sargasso sea”, il ricordo amoroso di un’estate italiana (dove anche la pioggia è “romantica e piena d’anima”) dà il la a una ballatona con archi inconsapevolmente quasi “sanremese”, mentre la collaborazione più azzeccata con Stewart è forse la filastrocca finale “Cheaper than free”, cantata a due voci, con un che di Traveling Wilburys e (finalmente) un approccio misurato e delicato. E meno male che c’è anche un po’ di rock’n’roll: nella title track, per esempio, energica e tirata nello stile del grande amico Tom Petty, e nelle schitarrate aggressive di “Ghosts are gone”, un rock da bikers, “pazzo e selvaggio” (così la Nicks), che non sarebbe sfigurato nelle mani degli ZZ Top o dei vecchi Steppenwolf. A dimostrazione che sotto la ruggine scalpita una performer non ancora pronta per la pensione (e in procinto di andare in tour con Rod Stewart, una volta risolti i malanni di salute di questi giorni). Se solo, nel suo desiderio di fare le cose come una volta, avesse guardato davvero agli anni Settanta di “Rumours” più che agli Ottanta di Stewart…



(Alfredo Marziano)
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