«HOT SAUCE COMMITTEE PART TWO - Beastie Boys» la recensione di Rockol

Beastie Boys - HOT SAUCE COMMITTEE PART TWO - la recensione

Recensione del 09 mag 2011 a cura di Davide Poliani

La recensione

Stupisce, "Hot sauce committee part two". Stupisce perché da "Hello nasty" (non ai livelli di "Ill communication" o "Check your head", d'accordo, ma l'ultimo album dei Beastie Boys "vecchia maniera", pre-11 settembre e pre "Mix up") sono passati tredici anni, e in mezzo sono successe tante cose. L'attentato alle Torri, certo. E il cancro di Adam Yauch. Troppe cose. Cose che avrebbero fatto pensare ad un brusca virata, ad una messa in discussione profonda, perché ormai dai tre ragazzi di Brooklyn ci si aspettava il disco della maturità, o per lo meno l'album della svolta, un po' come successe ai Radiohead ai tempi di "Kid A". Loro, che ci crediate o meno, sono riusciti a fare di più. "Oh, mio Dio, guardami/Il nonno sta rappando dall''83", canta insolente Ad-Rock su "Too many rappers". Già, cosa fare di più rivoluzionario se non spostare le lancette dell'orologio indietro al 1992 - erano gli anni di "Check your head" - per spiazzare il pubblico che si aspettava qualcosa di dolente, di cervellotico, e vedere tre quarantacinquenni bianchi continuare imperterriti a celebrare ironicamente l'old school, roba che l'ascoltatore medio di hip hop conosce solo vagamente per sentito dire? "Hot sauce committee part two" torna ai beat incalzanti, alle rime taglienti, agli scratch, ai ritornelli sparati di una volta, affogando ritmiche e voci nel riverbero alla faccia di new school, electro hop e tutto il resto, per concentrare in sedici episodi venticinque anni di carriera che hanno fatto la storia. Certo, non ci sono più i riffoni granitici di "No sleep till Brooklyn", né l'atteggiamento squisitamente cialtrone di "Girls": qui siamo più dalle parti di "Sure shot" o "Intergalactic", anche se non mancano di riaffiorare reminiscenze hardcore (vedi alla voce "Lee Majors come again"). L'errore più grande, tuttavia, sarebbe considerare "Hot sauce committee part two" un'operazione di revival, o - peggio - un'inversione di marcia, visti gli scarsi riscontri critici e commerciali di "To the 5 boroughs" e "Mix up": non è facile, vista l'immediatezza e l'impatto dell'album, ma a saper leggere tra le righe si riconosce la mano di Philippe Zdar, addetto al mixing già nel giro di Daft Punk e Phoenix, bravissimo nel tessere trame di synth sulle voci dei nostri senza spingere sui riff e rubare la scena alle rime e nell'incastrare il classici beat acustici a tappeti elettronici tutto meno che scontati. Poi ci sono tappe intermedie come "Don't play no game that I can't win", stralunato dancehall che vede il trio cedere il ruolo di voce principale a Santigold, o "Ok", col suo incedere scostante e nevrotico, a ricordarci che i Bestie Boys, con l'hip hop nel senso classico del termine, abbiamo davvero poco a che fare ormai da un pezzo: MCA, Mike D e Ad Rock sono partiti dai codici del rap (quello di Chuck D e KRS-One, tanto per capirci) per poi crearsi, nel corso degli anni, una cifra ed un linguaggio unici, tanto distanti dallo standard hip hop oggi imperante quanto particolari e inconfondibili, e - soprattutto - applicabili a prescindere da generi e atmosfere. Sarebbe una bugia dire che "Hot sauce committee part two" abbia le qualità di rottura proprie dei dischi compresi tra "Licensed to Ill" o "Paul's Boutique": i Beasties oggi giocano a carte scoperte, consci di essere diventati - da innovatori quali sono stati a cavallo tra gli '80 e i '90 - veri e propri mostri sacri. Un ruolo scomodo, senza dubbio, per chi dell'iconoclasmo ha fatto il proprio marchio di fabbrica. Un ruolo al quale non ci si può sottrarre, dopo una carriera del genere, ma che può essere esorcizzato - e ridefinito - grazie ad un disco come questo. Disco che non poteva che essere realizzato da tre ultraquarantenni che nonostante tumori e attentati hanno più energia di tanti ventenni...

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