Gavin Friday - CATHOLIC - la recensione

Recensione del 02 mag 2011 a cura di Franco Bacoccoli

Voto 8/10
Gavin Friday. Personaggio eclettico. Dublinese della zona di Finglas, 51 anni, fondatore dei gotici post-punk Virgin Prunes. Amico di Bono da quando entrambi erano ragazzini; pittore, compositore, autore di colonne sonore. Amico di Guggi, (altro ex Virgin Prunes) l'uomo che si autodefinisce "il miglior amico di Bono".

Friday con il frontman degli U2 ha all'attivo varie collaborazioni, tra le quali una mostra nel 1988 e pezzi per due soundtrack, "Nel nome del padre" (attore principale Daniel Day-Lewis) e "In America-Il sogno che non c'era" di Jim Sheridan. Personaggio schivo, Friday non pubblicava album solisti da "Shag tobacco" del 1995, disco che conteneva un brano dedicato ad Enrico Caruso ed uno, "Little black dress", con Bono e The Edge comecoristi. Dunque il ritorno dopo sedici anni, in un'Irlanda passata da Celtic Tiger rampante, con un'economia spavalda in cui c'è chi si è costruito la seconda o terza casa, a tigre di carta, quasi affossata dai debiti e da un premier, Brian Cowen, detestato e non eletto e dimessosi nello scorso marzo. Le nuove abitazioni sono ora in buona parte vuote o abbandonate, del primo grattacielo della Repubblica, quello che sarebbe servito agli U2, non parla quasi più nessuno e il Paese ha chiesto un prestito da 100 miliardi di euro. Non è un clima da Tigre Celtica, e il mood generale di "catholic" (c minuscola) risente di ciò. In più Gavin è stato malato, ha dovuto vedere la fine del suo matrimonio e superare il dolore per la perdita del padre.

I brani racchiusi in "catholic" sono stati scelti tra i 38 pezzi che Friday aveva a disposizione e sono stati registrati in sei settimane a Cork, Dublino (Killiney, dove abita anche Bono) e nel West Yorkshire con il produttore Ken Thomas. Il Nuovo Mondo di Gavin -che fece a tempo a vedere per tre volte dal vivo i Joy Division - è semideragliato, lunare, wildeiano, in una gabbia di cristallo, lucidamente fosco.
In "Able" ci sono echi di U2 quando Bono vuole sembrare confidenziale. E che piacere risentire, dopo tanti anni, quella voce melodiosa nel cantato e quasi tomwaitsiana nel parlato. "Land on the Moon" è soffice e sussurrata, un vero allunaggio con rimbalzi lievi. Su "A song that hurts", in un tappeto ambient si innestano invocazioni dello sciamano dublinese; il cielo è buio e le stelle sono fredde. Senso di lontananza negli ondeggi dei synth. "The only one" scorre liquida e trasparente, poi Gavin su "Blame" -quieta base che riprende certe cose di Neil Young- appunta i ricordi suoi e di suo padre, al quale la canzone è dedicata. "The Sun & the Moon & the stars": sotto, echi Cocteau Twins (il produttore Thomas si occupò dell'eterea formazione). Sopra, astri che vagano. Ipnotica, omnidirezionale. L'immaginaria "It's all ahead of you", che curiosamente ha qualche punto di contatto con "The long and winding road", introduce una "Perfume" morbosa e malaticcia, quasi un Bowie berlinese. In "Epilogue" c'è il cammino di Enya, il luccicare delle barche da pesca al largo di Howth. Una "Where'd ya go? Gone" fulgidamene cupa lascia il posto alla conclusiva "Lord I'm coming". E sono 6 minuti in cui si allungano diafane dita di nebbia. Finale spettrale, caducità, una "When the music's over" doorsiana per il 21° secolo, esistenzialismo, pezzo glorioso. Un disco -non facilissimo, non per tutti- da ascoltare ad occhi chiusi per sogni in un mondo parallelo.


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