«BLACK SUN - Kode 9» la recensione di Rockol

Kode 9 - BLACK SUN - la recensione

Recensione del 26 apr 2011 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Ci sono dischi che vanno ascoltati quando scende la notte. Ci si può anche provare a sentirli di giorno, ma non ce n'è. Con le tenebre hanno tutto un altro sapore, riescono a fare breccia negli angoli più remoti della nostra emotività. Questo è il caso di “Black sun”, secondo disco ufficiale stampato da Kode9, uno dei guru della musica dubstep, nonché “capoccia” dell'etichetta londinese Hyperdub, che ha lanciato nomi di punta del genere come Burial, King Midas Sound e Darkstar. Già, il dubstep. Uno stile che miscela 2-step garage, oscuro e ballabile, con sonorità dub e voci black, talvolta più limpide, altre nere come la pece. Un genere portato alla (comunque underground) popolarità, proprio da Kode9 (al secolo lo scozzese Steve Goodman)e soci, cresciuto nei locali bui e fumosi della Londra alternativa, fino ad espandersi altrove, recentemente anche con serate in alcuni club italiani e band nostrane che si stanno facendo apprezzare in tutta Europa (leggasi Aucan ed il loro esordio “Black rainbow”).
Il “sole nero” di Kode9 arriva ben cinque anni dopo il suo esordio con l'album “Memories of the future”. Un lungo periodo di pausa, dunque, dovuto al suo impegno con l'etichetta, alla sua professione di docente universitario in produzione di media e cultura sonora e alla scrittura di un libro/saggio su come la potenza del suono possa essere usata contro le popolazioni per incutere loro terrore e paura (“Sonic Warfare: Sound, Affect, and the Ecology of Fear”). Con lui, ancora una volta, l'MC di origini giamaicane Spaceape, che presta la sua voce nera a numerose tracce, insieme ad alcuni interventi della vocalist cinese Cha Cha.
Il concept di “Black sun”, che per essere assaporato al meglio va ascoltato con un impianto decente (non “rovinate” questo disco dagli altoparlanti del pc, please) è rappresentato da alcuni episodi più significativi come il convincente trio iniziale composto da “Black smoke”, “Promises” e “Am I”, tutti brani caratterizzati da atmosfere cupe, come un sole nero non potrebbe altresì essere: ci sono quelle fumose, psichedeliche e decise del primo (“Show me the evidence” canta Spaceape), quelle rarefatte del secondo e quelle ballabili e incazzose della riuscitissima terza traccia.
O ancora la malinconica suite strumentale “Hole in the sky”, e soprattutto le azzeccatissime “Green sun” e “Bullet against bone”. La prima che parte con sonorità malinconiche e sintetiche in odore di acid-house e si trasforma poi in una variopinta giostra dubstep (che ricorda anche qualcosa dei Radiohead più elettronici); la seconda mostra invece tutta la potenza di Spaceape alla voce ed il sound che odora di Tube londinese di Kode9.
Ci si poteva forse aspettare qualcosina in più invece dalla collaborazione con l'americano Flying-Lotus, che partorisce un brano quasi ambient che non esplode mai come dovrebbe.
Insomma, Kode9 conferma che se è stato uno dei pionieri di un genere oggi in via di espansione come il dubstep un motivo c'è e “Black sun” è un disco che vi porterà con sé nei meandri più oscuri di Londra e della vostra mente. Ballando fuori dalle cartine topografiche, dentro l'anima del dubstep.

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