«FLUX OUTSIDE - Royal Bangs» la recensione di Rockol

Royal Bangs - FLUX OUTSIDE - la recensione

Recensione del 18 apr 2011 a cura di Giuseppe Fabris

La recensione

Li abbiamo visti nascere e crescere, sono partiti dalla loro cameretta a Knoxville (Tennessee) con qualche idea per stravolgere l'idea di rock con cui erano stati cresciuti, hanno creduto in sé stessi prima che qualcuno intravedesse nella loro formula violenta e poco ortodossa un futuro, hanno cambiato etichette, girato l'America e il mondo e ora li ritroviamo con il terzo pronti a far esplodere ancora di gioia e genio le casse dei nostri stereo.
Parliamo dei Royal Bangs che, chi scrive come molti altri, ha scoperto per caso su internet e ha continuato a seguire in questi anni: “We breed champions”, pubblicato nel 2008 dalla Audio Eagle (etichetta fondata dal batterista dei Black Keys, Patrick Carney) era una cellula impazzita, rude e imperfetta, quanto ricca di idee e grinta, mentre “Let it beep” (Sub Pop) ne era l'evoluzione naturale, meno grezza ma più consapevole di un sound che sapeva rendere l'anima rock combinando strumenti suonati con tastiere e sintetizzatori. Ora ci troviamo di fronte alla terza opera di questo trio: “Flux outside” si presenta come un'ulteriore evoluzione con un sound sì ricco di innesti elettronici ma con un respiro più ampio. Tale lavoro è derivato anche dal produttore scelto, quel Dave Fridmann fondatore dei Mercury Rev che ben conosce l'anatomia di un sound così originale come quello dei Royal Bangs.
Il disco, prima di stupire, riparte dalle basi del rock con “Grass helmet” un brano che corre tirato con voce, chitarra e batteria compressi assieme in unico pugno al volto prima di venire raggiunto da una valanga di tastiere, è qui che la corsa che si fa ricca di entusiasmo e novità. “Fireball” inizia mescolando rock e synth (che portano alla memoria delle operette giapponesi) prima di tornare a pigiare l'acceleratore che non verrà lasciato fino alla fine del disco mantenendo altissima la tensione grazie a brani come “Triccs” e i suoi pistoni in fiamme, l'esplosiva “Bull elk” e a quella “Bad news, strage luck” che sembra concederci un attimo di pausa con il suo approccio cadenzato ma dalle atmosfere cibernetiche, per poi aumentare il passo frustata da migliaia di bit.
“Dim Chamber” abbassa i toni del disco con un blues futuristico che si staglia contro un imponente muro elettrico che sembra pronto a frantumarsi sulle nostre teste, un attimo di respiro prima di quella piccola opera che “Slow cathedral melt”, un brano estremamente variopinto che unisce spunti musicali totalmente contrastanti, dal rock, alla musica classica, in un turbine che ben raffigura i Royal Bangs: una band in costante movimento, sempre alla ricerca di nuovi esperienze e suoni da regalarci. Missione compiuta, ancora una volta!

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.