«DON'T SAY WE DIDN'T WARN YOU - Does It Offend You Yeah?» la recensione di Rockol

Does It Offend You Yeah? - DON'T SAY WE DIDN'T WARN YOU - la recensione

Recensione del 16 mar 2011 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Tra imprevisti e probabilità, sono trascorsi tre anni dal disco di debutto dei Does It Offend You, Yeah?. E' infatti datato 2008 “You have no idea what you're getting yourself into”, lavoro con il quale la formazione di Reading si fece conoscere dagli amanti del rock che si balla, specialmente nel Regno Unito, dove la stampa locale diede particolare attenzione al nuovo fenomeno.
Tra una lunga tournée, la separazione dalla major EMI e la firma con una delle etichette indie più prestigiose come la Cooking Vinyl (e conseguenti slittamenti di uscita), ecco finalmente il secondogenito della band capitanata da James Rushent e Dan Coop, intitolato ancora una volta con un titolo curioso come “Don't say we didn't warn you”. L'album comincia con quella “We are the dead” che ha avuto il compito qualche tempo fa di fornire un antipasto del disco, un brano incentrato su temi come reincarnazione e rigenerazione, un testo molto personale per il gruppo inglese. Una canzone dai due volti: intro acustica e low-fi quasi alla Eels, poi esplosione dance che fa saltare, con chiare allusioni ai transalpini Justice.
“John Hurt”, il cui titolo allude al nome del famoso attore britannico che inizialmente pareva dovesse fare un cameo nel pezzo, è un brano con elettriche sferzate rock e impostazione vocale che ricordano nettamente i Muse. La triade più danzereccia, massiccia ed elettronica è composta da “Yeah!”, “The monkeys are coming” (la più solare) e “Wrestler” (che sfiora la techno), tutti caratterizzati da saliscendi sonori ed esplosioni electro-rock. Insomma, dritti al nocciolo della questione: far ballare. “Wondering” miscela il rock con un boccone dal retrogusto black, evidenziato da un sample di “Six” dei Massive Attack, mentre in “The knife” si sentono echi funk alla Talking Heads. Episodi più tranquilli vengono invece segnalati dalle parti di “Pull out my insides” (che ricorda il pop di classe dei francesi Phoenix, una critica alla scena mainstream nonché inno alla libertà creativa), la sensuale “Wrong time, wrong planet” ed il brit-pop malinconico alla Travis di “Broken arms”.
Insomma, “Don't say we didn't warn you” è un buon album, un lavoro che forse riesce meglio quando deve far ballare e saltare, ma che anche quando si tratta di rallentare i ritmi resta comunque su livelli discreti. Certo, la band inglese attinge da diverse fonti, ma lo fa senza nascondersi: se cercate il disco dell'anno forse non lo troverete da queste parti, se vi bastano dei bei pezzi con cui scatenarvi e del buon pop inglese eccoli. E non dite che non vi avevamo avvisato.

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