«ROCK'N'ROLL PARTY - Jeff Beck» la recensione di Rockol

Jeff Beck - ROCK'N'ROLL PARTY - la recensione

Recensione del 21 mar 2011 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

Nel 2010 Les Paul avrebbe compiuto 95 anni. Ma quelle due sere di settembre dalle parti di Times Square, sul palco dell’Iridium Jazz Club di New York dove si era esibito in trio ogni lunedì degli ultimi 14 anni della sua vita, al suo posto si trovava invece un Jeff Beck in ottima compagnia. Era là per celebrarlo insieme ad un manipolo di grandi trascurati del rhythm and blues e, con le spalle coperte dalla Imelda May Band, avrebbe ricreato il suono dell’epoca che aveva gettato le radici della musica che lo avrebbe poi consacrato, a partire dal 1965, tra i più grandi chitarristi rock di ogni tempo. Le serate organizzate dalla Gibson, un marchio praticamente fuso con il nome d’arte di Lester William Polsfuss, furono immortalate per essere riprodotte all’inizio del 2011 su DVD e su CD come ROCK’N’ROLL PARTY (HONORING LES PAUL). La scaletta dei concerti, così come la tracklist dell’album, è un mix tra classici del rockabilly e del primissimo rock and roll da un lato, ed alcuni standard resi famosi da Les Paul insieme alla moglie Mary Ford dall’altro. E’ proprio il loro sodalizio il tassello fondamentale sul quale si innesta il progetto di Beck: una celebrazione di Les Paul non richiedeva, infatti, soltanto il migliore testimone possibile della sua eredità tecnica, ma esigeva anche una replica stilistica credibile del suo show originale che incorporava una grande qualità vocale. Ed ecco Imelda May, una blues singer nata per caso in Irlanda, una meritatissima reputazione che purtroppo è superiore alla sua popolarità, insomma: una garanzia. Imelda ha studiato la parte ed ha capito, così ha scelto la soluzione più prossima all’originale: pre-registrare le sue stesse armonie, in modo da potervi poi cantare sopra i lead dal vivo insieme a Beck e alla sua band. Una formazione, questa, diretta dal marito Darrell Higham, un signor chitarrista che qui ‘si limita’ a un ruolo ritmico e collaterale ma che, proprio così facendo, tesse la tela a meraviglia e si ritaglia una meritata figura da band-leader, punteggiata da backing vocals in perfetto stile ‘50s. A completarla, una sezione ritmica formata da Al Gare al basso e da Stephen Rushton alla batteria - solidi e regolari, flessibili quanto basterà per accogliere a dovere anche le guest star che arriveranno in scena - e, al sax, Leo Green, antico sodale di Van Morrison e perfetto complice di Trombone Shorty. Imelda May rende questo tributo un album, costruisce un’atmosfera di classe intorno all’intero progetto e sa mettersi in mostra con la voce tanto quanto Beck alle corde: è sicuramente notevole in “Cry me a river” e “Bye bye blues”; sorprende in “Sitting on top of the world” e “Vaya con Dios”; è semplicemente ideale, date le circostanze, in “How high the moon”, LA canzone di Les Paul e Mary Ford. A proposito degli ospiti. Si tratta dei perfetti attori non protagonisti, le spalle che compaiono al momento giusto per arricchire la scena, che si collocano con precisione nell’episodio più adatto, che colgono lo spirito e le vibrazioni in sala (ed è bello che si avverta non essendo stati presenti). Sono Brian Setzer, grande ex leader degli Stray Cats e maestro di rockabilly guitar, che brilla in “Twenty flight rock”; Gary U.S. Bonds, invitato all’ultimo momento da un Beck stupefatto nello scoprire che suonava “là di fianco”, che ricopre un’ottima “New Orleans” con due strati di fantastico soul; e Troy “Trombone Shorty” Andrews, che spadroneggia in “Peter Gunn” di Henry Mancini. Les Paul fu e resta una figura di riferimento più per gli addetti ai lavori e la comunità dei musicisti che non per il grande pubblico: ha praticamente inventato le tecniche di registrazione in sala d’incisione e, al pari di Leo Fender, si è fatto tutt’uno con la chitarra elettrica. Basta e avanza, no? Eppure Jeff Beck ne ha voluto rinverdire soprattutto la portata artistica, il peso da lui assunto nell’intero genere ‘americana’, quasi dando per scontata la tecnica per concentrarsi su quello che i più non avevano in mente a proposito di Les Paul. E dunque, se da un funambolo virtuoso il cui rock ha proverbialmente flirtato più con la fusion che con le radici ci si attendeva una prova impeccabile, Beck ha mantenuto appieno la promessa. Ma fortunatamente è andato oltre, vestito come Ray Liotta in “Good fellas” e immerso nel rockabilly come se sguazzasse nel suo elemento, sorprendendo oltre l’ascoltatore (scommettiamo) anche un po’ sé stesso, così poco solista e così splendidamente attorniato da una band e da una meravigliosa voce. Come tanti, tanti anni fa.

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