«WOUNDED RHYMES - Lykke Li» la recensione di Rockol

Lykke Li - WOUNDED RHYMES - la recensione

Recensione del 28 feb 2011 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Presentando l’iPad, Steve Jobs dichiarò che il gap tecnologico tra il notebook e il telefono cellulare era stato finalmente colmato: ecco comparire il tablet rivoluzionario, l’ennesimo colpo di genio della casa di Cupertino. Io, ai tempi, neanche immaginavo l’esistenza di un “gap” tra il portatile e il cellulare (mea culpa), e come me, credo che in molti si siano posti delle domande sull’effettiva utilità dell’oggetto in questione. L’iPad ovviamente (e senza il mio “prezioso” aiuto), si è rivelato un successo, e la domanda oggi non è più “a cosa serve”, quanto “ma come abbiamo fatto a resistere senza fino ad oggi”. Ora, conscio di non essere Steve Jobs, la prima cosa che mi è venuta in mente dopo il primo ascolto del nuovo album di Lykke Li, “Wounded rhymes”, è stata: finalmente è stato colmato il gap “musicale” tra Duffy e i Bat For Lashes. E come per l’iPad mi sono chiesto: “Ma una via di mezzo tra queste due (sempre musicalmente parlando s’intende), era così necessaria? “Wounded rhymes” arriva a tre anni di distanza dall’esordio “Youth novels”, prodotto anche questo da Björn Yttling (dei Peter Bjorn and John) e pubblicato per la LL Recodings, etichetta di cui Lykke è titolare. Synthpop o elettropop che dir si voglia, il discorso è in pratica lo stesso: una versione di Fever Ray meno rarefatta e più melodica, e con qualità radiofoniche (alias singoli) di tutto rispetto. Abituata a viaggiare fin da piccola (papà musicista, mamma fotografa), Lykke decide di scrivere il disco a Los Angeles, lontana dal freddo inverno svedese. I dieci pezzi scaturiscono dunque da un vero e proprio “scontro di climi”, il prodotto di una ragazza abituata al gelo trapiantata per qualche mese nel caldo arido del deserto. Inizio vintage con le “Duffyane” “Youth knows no pain” e “I follow rivers”: sintetizzatori in bella mostra e piglio Sixties per due singoli fatti e finiti. “Love out of last” invece è meno densa, più rilassata e docile. Idem la ballata gospel-folk “Unrequired love” (chissà come sarebbe cantata da Marcus Mumford e con l’aggiunta di un banjo), il pezzo che più di tutti conferma la versatilità di questa ventiquattrenne svedese capace di “prendere” dai vari generei con grande disinvoltura. Versatilità ribadita nella sfrontata “Get some”, dove Lykke si trova a cantare candidamente “Like the shotgun need an outcome / I'm your prostitute / you gon get some”, impepandosi a dovere. Il lato più oscuro di Lykke Li esce nel finale, con pezzi come “Sadness il blessing” e “I know places”. La prima, in sostanza una titletrack dal sapore “natalizio”, ha un sound arioso, enfatico e una melodia pomposamente arrangiata in contrasto con la palese malinconia del testo. “I know places” è invece più cupa da un punto di vista sonoro, con un epilogo inaspettato quasi elettro-ambient dove torna a far capolino gente come XX e Knife. Un pezzo da scoprire con un po’ di calma, forse il più dotato della cucciolata in quanto a introspezione e fascino. Che sia questa la vera Lykke Li? Qualche conferma in tal senso arriva con le ultime due battute. “Jerome”, potenziale singolo ad alta rotazione dotato della stessa struttura incalzante di “Get some” ma meno sfrontato, richiama “Daniel” (di Bat for Lashes) già dal titolo, rispolverandone i tratti somatici principali, mentre è nuovamente Fever Ray l’interlocutore più prossimo per la conclusiva “Silent my song”, secondo pezzo in nomination come più interessante del lotto. Pop ed elettronica che si alternano in quest’ultimo episodio forse in modo più equilibrato che nel resto del disco. Una buona chiusura, un “dulcis in fundo” dalla sistemazione un po’ ruffiana, ma molto efficace nel suo essere una litania coinvolgente e toccante. Arrivati questo punto “Wounded rhymes” non può non odorare di “già sentito” (patisce in modo particolare la presenza di “Two Suns” di Bat For Lashes, di due anni più vecchio). E’ però un già sentito paradossalmente “inedito”, adatto a chi si sente troppo indie per “sprecarsi” con la più mainstream Duffy, ma forse non così temerario da votarsi alla causa Bat for lashes, XX e Fever Ray/Knife. Un gap che Lykke ha avuto l’intelligenza di colmare con quest’album e che prima neppure immaginavo potesse esistere. Adesso che “Wounded rhymes” è disponibile possiamo iniziare a darlo per scontato. Proprio come l’iPad.

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