«SMART FLESH - Low Anthem» la recensione di Rockol

Low Anthem - SMART FLESH - la recensione

Recensione del 28 feb 2011

La recensione

D’accordo, l’abito non fa il monaco. Però il “dove”, nella registrazione di un disco, conta quasi quanto il “chi” e il “come”. Così, per realizzare l’album più roots e “americano” del loro catalogo, i Decemberists hanno dovuto traslocare in una fattoria dell’Oregon, tra cavalli e praterie. Mentre per dare sfogo alle sue inclinazioni più visionarie, la Akron/Family s’è data appuntamento ai piedi di un vulcano giapponese, e poi in una stazione ferroviaria abbandonata di Detroit. I Low Anthem hanno adottato una strategia altrettanto radicale, cosicché nel loro nuovo (terzo) album si sono ingegnati a far “suonare” uno studio di registrazione temporaneamente allestito a Central Falls (Rhode Island), negli enormi spazi di una fabbrica abbandonata: un ex stabilimento della Porino’s, la Barilla americana specialista in sughi per pasta, eretto e poi lasciato andare in rovina da Buddy Cianci, il leggendario ex sindaco italo-americano, corrotto e populista di Providence. Pavimenti in legno, vetrate immense, enormi piloni di sostegno. Muri scrostati, ruggine, polvere e macerie. “Un posto pieno di crepe e cigolii, di fantasmi e di urla nascoste” nelle parole di Ben Knox Miller, Jeff Prystowsky, Socie Adams e Mat Davidson (il nuovo arrivato) che ci hanno trascorso due mesi, l’inverno scorso, condividendo l’enorme hangar con topi, pipistrelli e (giurano loro) presenze ultraterrene. Protetti soltanto da un tetto e da tre condizionatori di aria calda, in lotta perenne con un freddo pungente che non consentiva di stare fermi ma che allo stesso tempo annichiliva i movimenti. Ce n’è abbastanza per catalogare “Smart flesh” come un disco autenticamente diverso, affascinante e a suo modo epico, un’avventura musicale in cui il “making of” è intrigante almeno quanto la musica prodotta dal quartetto. Lo si potrebbe scambiare per uno sfizio inutile e snob, un furbo espediente per far parlare di sé. Senonché i Low Anthem sono proprio così: outsider così fuori dal mondo da far sembrare i Decemberists di cui sopra come un gruppetto di fighetti trendy (e ce ne vuole…). Le sedute di incisione alla “Pasta sauce factory” hanno prodotto sette delle undici canzoni (?) contenute nel disco. Ma non è che le altre quattro, realizzate per contrappasso in un minuscolo garage adibito a home studio, suonino diverse: tutte quante suonate in presa diretta (una novità per la band), nate e cresciute in un ambiente saturo di echi, di vibrazioni, di riverberi naturali che ne hanno amplificato le qualità arcane e sfuggenti; più ancora che nel precedente, giustamente lodato e (va detto) più commestibile “Oh my God, Charlie Darwin”. Come gli Zeppelin a Bron-Yr-Aur e ad Headley Grange, come la Band nella Big Pink di Woodstock, Knox Miller & co hanno esplorato, testato e messo a frutto l’imprevedibile, incontrollabile acustica del loro “studio”, dando forma a un suono etereo, allo stato gassoso, rimbombante, “sporco” di rumori inattesi e non calcolati. In una parola, vivo e dinamico, anche se difficile da digerire per chi si è troppo abituato all’immacolata asetticità delle produzioni “professionali”. Aggiungeteci la strumentazione inusuale di quattro musicisti, un po’ rigattieri e un po’ liutai, che amano raccattare e restaurare harmonium, organetti, dulcimer, seghe musicali e scacciapensieri, e avrete una vaga idea di questa musica davvero “fatta a mano”, di un’arte povera e retromodernista. Gli inni polifonici (solenni, possenti, delicati) sono la loro specialità. E il più bello del nuovo disco è quello che lo apre:“Ghost woman blues”, cover da George Carter ai tempi della Grande Depressione, che nelle loro mani diventa ancora più esoterica, sfuggente, penetrante. Subito dopo, la strana storia d’amore e farmaceutici di “Apothecary love” sembra voler colmare il gap tra Carter Family e The Band passando per Johnny Cash, sulle onde placide e malinconiche di un country relativamente ortodosso guarnito di armoniche e steel. Poi, le pareti della fabbrica si scuotono nel fragore di “Boeing 737”, un rombo che infrange il muro di suono ricordando l’11 settembre. Sono i Low Anthem più noise, che tornano più avanti con “Hey, all you hippies”, un’arruffata giostra musicale che cita Ronald Reagan arrampicandosi su un arpeggio di banjo. Non è un’apologia dell’ex presidente (anche se qualche fan sembra non avere gradito) ed è solo una parentesi, perché la cifra stilistica predominante di “Smart flesh” è la ballad eterea, espansa, a battito rallentatissimo: e dopo il break strumentale di “Wire”, piccola sinfonia per tre clarinetti scritta, orchestrata ed eseguita dalla Adams, l’ascolto si fa più impegnativo. “I’ll take out your ashes”, una veglia funebre sui cui aleggiano lo spirito di Hank Williams e le spiazzanti interferenze di una radiolina a transistor, tiene fede al suo titolo. “Burn” è ammaliante, fragile, vitrea, sinistra (con quei sibili prodotti dalla sega musicale). la rendono più sini). E i sette minuti finali della title track, il “centro della ragnatela” da cui si è sviluppato tutto il resto, rischiano di mettere ko chi non si è sintonizzato e non è dell’umore giusto. Per fortuna c’è “Matter of time”, la preferita del gruppo: commovente: come se i R.E.M di “Everybody hurts” si ritrovassero catapultati indietro di un secolo o giù di lì. Musica senza tempo, quella dei Low Anthem. Che tra cent’anni suonerà magari ancora impalpabile, originale e seducente come oggi.



(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Ghost woman blues
02. Apothecary love
03. Boeing 737
04. Love and altar
05. Matter of time
06. Wire
07. Burn
08. Hey, all you hippies!
09. I’ll take out your ashes
10. Golden cattle
11. Smart flesh
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