«HOW TO COMPOSE POPULAR SONGS THAT WILL SELL - Bob Geldof» la recensione di Rockol

Bob Geldof - HOW TO COMPOSE POPULAR SONGS THAT WILL SELL - la recensione

Recensione del 08 feb 2011

La recensione

Il punto è quello. O forse no. “Come comporre canzoni popolari destinate a vendere”. Con apprezzabile senso dell’umorismo e sprezzo del ridicolo, Sir Bob Geldof ruba il titolo a un manuale musicale anni ’30 scovato in casa di un amico per intitolare il nuovo album e interrompere nove anni di silenzio discografico (un’eternità, nel music business: ma oggi i ritorni inattesi sono di moda). Non che nel frattempo mr. Live Aid sia rimasto con le mani in mano o si sia dileguato dalla scena pubblica. Tutt’altro. E tra un viaggio in Africa e un summit con i grandi della terra bisognerà pure dargli atto di essersi inventato un piccolo capolavoro diplomatico che meriterebbe un altro cavalierato: la riappacificazione tra Roger Waters e David Gilmour e la rinascita, sia pure per 15 minuti o poco più, dei Pink Floyd nella formazione “classica” al Live 8, intorno alle 11 di sera del 2 luglio del 2005. Gran organizzatore e catalizzatore di eventi, Geldof. Ma in termini di “carriera” musicale il suo modo d’agire sembra decisamente più erratico e meno progettuale, molto istinto e poca “visione”: e così, spiega, questo disco è frutto di un’urgenza spontanea e improvvisa, “come quando ti scappa la pipì”. Sul suo sito Facebook (non ufficiale ma autorizzato) spiega il suo credo e le sue motivazioni: “Faccio politica per la mia testa, business per le mie tasche, musica per la mia anima, e mi occupo della famiglia per il mio cuore”. La storia gli ha consegnato un ruolo diverso da quello della pop star ma evidentemente la musica è sempre stata un fine, non solo un mezzo. Qualcuno lo definisce “il più famoso songwriter segreto della Gran Bretagna”, altri hanno già salutato questo disco come la sua opera solista migliore. Probabilmente hanno ragione, anche se c’è una notizia buona e una cattiva. Quella buona è che “How to compose popular songs that will sell”, in effetti, non è affatto male. Quella cattiva è che, soprattutto nei momenti migliori, il Geldof musicista somiglia sempre a qualcun altro risultando difficilmente riconoscibile. L’inizio, ad esempio, è davvero sorprendente. “How I roll” è un gran pezzo, punto e basta, ma sfido un ascoltatore medio a riconoscere l’ex Boomtown Rats in questo blues spettrale intessuto di riverberi chitarristici che parla la lingua di Daniel Lanois , di T Bone Burnett o del recente Robert Plant versione Band Of Joy. “Blowfish” è ancora più scioccante: armonica e voce distortissime, ritmo incalzante, atmosfera nervosa e aggressiva. Non fosse per l’orchestra un po’ ridondante, potresti pensare ai Jon Spencer Blues Explosion, oppure a una miscela chimica tra Tom Waits e i Rolling Stones. Fosse tutto così, il disco, ci sarebbe da leccarsi i baffi. Ma Geldof è un impetuoso, un ecumenico, uno che vuole abbracciare (o assecondare) il mondo intero. E allora s’allarga, svaria a tutto campo, copre ogni angolo possibile: in “She’s a lover” sussurra suadente su un soft funk/techno pop piacevole, easy e carezzevole il giusto. Ma poi, in “To live in love”, si fa prendere la mano dal mélo, inseguendo a colpi di violino tzigano e fisarmonica da cartolina la Ville Lumière dell’amata compagna Jeanne Marine per dedicarle una dichiarazione d’amore in piena regola (nove anni fa, ai tempi di “Age, sex and death”, si leccava le ferite per la scomparsa traumatica della ex Paula Yates ed era molto più dark): purtroppo, nei panni dello chansonnier sembra ancora meno a suo agio che nello smoking cui lo costringono le numerose serate di gala. Subito dopo alleggerisce ancora i toni con “Silly pretty thing”, titolo programmatico per un accattivante pastiche ballabile a cavallo tra ’70 e ’80, chitarre latineggianti alla Gypsy Kings e clamorosi archi d’epoca disco. Niente di male, non fosse che non si capisce bene da che parte Geldof voglia stare e quale anima voglia assecondare. Gli Stones sono un punto di riferimento riccorente: che torna ad aleggiare vagamente nella minacciosa “Systematic 6-pack” (corretto da un po’ di elettronica e da un riff alla Shadows) e più esplicitamente in “Dazzled by you”, una bella ballata con arpeggi acustici alla “Love in vain” e accenti gospel soul periodo “Let it bleed”. In “Mary says” fanno capolino armonie celestiali stile West Coast e Crosby, Stills & Nash , “Blow” è una sognante e psichedelica ballata “spaziale” di marca Floyd (un incrocio ricorrente, nella sua storia), l’incedere e la chitarra di “Here’s to you” sono puro George Harrison . Riferimenti nobili, ci mancherebbe, Geldof ha imparato molto dalle assidue frequentazioni con l’alta società del rock e si capisce che anche negli ultimi anni ha tenuto le orecchie bene aperte. Ma resta il problema dell’identità artistica e musicale, un pesce guizzante che a Geldof sembra sfuggire di mano. In fondo, forse, oggi non se ne fa neppure un cruccio. Né lo preoccupa troppo comporre canzoni popolari che vendano. Ci scuserà, allora, se non lo prendiamo sul serio al cento per cento (il che, nella musica pop, a volte è un atteggiamento più che salutare). E’ lui, in fondo, il primo a suggerircelo.




(Alfredo Marziano)
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