«UN GIORNO BELLISSIMO - Francesco Renga» la recensione di Rockol

Francesco Renga - UN GIORNO BELLISSIMO - la recensione

Recensione del 26 gen 2011

La recensione

Come si fa a recensire il disco di uno che conosci da quando aveva sedici anni, e hai visto crescere seguendo “il suo volo senza interferire mai” (come cantava Ron)? Eppure qui hanno insistito tanto, c’è gente che ha persino scritto a Rockol per chiedere la recensione, e allora eccola qua: però io le mani le ho messe bene avanti, ci siamo capiti? Il punto è che, purtroppo o per fortuna, di solito è proprio con le persone alle quali voglio più bene o che stimo di più che sono più esigente e rompicoglioni e ipercritico. Quindi, se continuate a leggere, lo fate a vostro rischio e pericolo, e se continuo a scrivere è anche a rischio e pericolo di Renga. Il quale Renga, se ha una dote che è impossibile mettere in dubbio, quella dote è la canna. Non pensate male: da noi, a Brescia, la canna è la gola, le corde vocali. Ecco, fin da quando l’ho conosciuto, e lui aveva sedici anni, e io un bel po’ di più, Francesco la canna l’ha sempre avuta. Poi, come ripeto ogni volta che lo incontro (gli anziani, si sa, sono noiosi), quello della famiglia che cantava bene - allora - era suo fratello Stefano. Che aveva un po’ meno canna, ma la sapeva utilizzare meglio.
Tutto questo preambolo per dire che “Un giorno bellissimo” è, secondo me, il disco in cui Francesco Renga conferma definitivamente di avere la canna e di avere imparato ad usarla al meglio. Forse, chissà, a dargli la spinta definitiva nella giusta direzione è stato “Orchestraevoce”, l’album precedente: nel quale si è potuto sfogare a cantare largo, melodico, libero, senza vergognarsene - perché cantava canzoni scritte da altri e che già avevano avuto successo per loro conto.
Com’era quella pubblicità della Pirelli? “La potenza è nulla senza controllo”? Ecco, in questo disco Renga raggiunge felicemente la sintesi di potenza e controllo.
E adesso che abbiamo detto che le canzoni sono cantate benissimo, parliamo delle canzoni. E’ interessante il concept dell’album, come l’ha espresso Francesco nelle interviste di presentazione: che è una sorta di "song cycle" dedicato all'amore "del tempo di mezzo”: non il momento esaltante dell'innamoramento, non quello devastante dell'abbandono, ma quello della consuetudine, che spesso diventa abitudine, routine, a volte noia. Alcuni brani, a mio gusto, sono meglio riusciti di altri ("Regina triste", "Da lontano", "Alzando la musica", ovviamente il primo singolo “Un giorno bellissimo” e soprattutto "Immune"), ma il senso del lavoro sta proprio nella sua completezza narrativa, e il fatto che non ci siano, fra i dodici brani, enormi dislivelli qualitativi fa capire come il “progetto” sia stato realizzato con cura e attenzione - non ci sono, per dirlo più chiaramente, i “riempitivi” che a volte, anzi spesso, impestano certi album costruiti su un paio di buone canzoni e poi vadavialcù, mettiamoci dentro quel che capita...
Quindi, e qui la facciamo corta: com’è questo disco? E’ un bel disco e un buon disco, compatto, onesto, coerente e cantato molto bene. Il disco maturo di un artista maturo. E adesso Francesco l’aspetto al varco del prossimo. Quando lo facciamo quel disco di grandi canzoni del prog internazionale? La tracklist è pronta da tempo...


(Franco Zanetti)
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