Detto questo, pensate al fatto che il nuovo album degli Stratovarius si intitola proprio "Elysium" e, probabilmente, avrete già capito dove si andrà a parare.
Già, i veterani teutonici del power metal hanno sfornato un disco degno dell'Eliseo e della sua quiete soleggiata, della sua mitezza meteorologica, del suo vivere senza scossoni. Il che - non nascondiamoci dietro a un dito - non è esattamente il massimo della vita, soprattutto al cospetto di una band che il power metal ha contribuito a inventarlo e a consolidarlo.
Un album del genere, asettico, privo di guizzi, scolastico e formulaico non è accettabile dalla formazione finlandese: è una questione di dignità e rispetto per il gruppo stesso, che trascende il trito e ritrito discorso del non deludere i fan. Perché, se il mondo non è ormai definitivamente andato a rotoli, credo siano gli Stratovarius stessi i primi a non essere convinti del loro lavoro, in questo frangente.
"Elysium", intendiamoci, non è un disco orrendo, né "sbagliato" o inascoltabile. Semplicemente soffre della sindrome di solito propria delle band agli esordi, che crescono all'ombra di miti e paletti musicali strettissimi e altro non fanno che riproporre - magari senza avere particolari meriti compositivi o creativi - una formula.
E' così che le nove tracce dell'album scorrono via - anzi: scivolano via - senza infamia né lode, omologate. Gli ingredienti ci sarebbero tutti, come da manuale, ma il risultato è una crema omogeneizzata senza alcun tratto o caratteristica saliente. L'unica frazione che in qualche modo si fa notare è la conclusiva title track, ossia la canzone che dà il nome al disco: una suite da 18 minuti abbondanti che si sviluppa con una drammaturgia quasi teatrale e non lascia indifferenti. Ma, a voler fare l'avvocato del diavolo, non è detto che ciò non accada in virtù dell'impalpabilità del materiale che viene prima.
Di chi è la colpa di tutto ciò? Molti se lo stanno domandando, anche se onestamente non sono sicuro che si tratti dell'approccio migliore. Certo, l'abbandono del chitarrista deus ex machina Timo Tolkki non ha giovato, ma è innegabile che i primi segni di cedimento già si notavano quando lui era ancora della partita.
Tirando le somme, quindi, oltre a una copertina mirabolante non c'è molto altro. Ed è un vero peccato, perché la crisi creativa degli Stratovarius sembrerebbe ormai conclamata a questo punto. Ovviamente il pubblico degli affezionati sarà di sicuro disposto a perdonare tutto alla band, come è anche giusto che sia, però l'amaro in bocca resta.
Facciamo così, cari Stratovarius: godetevi qualche mese ancora di Campi Elisi, con il venticello, il "dolce imperio" di Radamanto e tutte queste cosette qua. Poi però, per favore, rigenerati e riposati tornate in studio e sparate un disco come voi sapete fare.