«SOUND AFFECTS - DELUXE EDITION - Jam» la recensione di Rockol

Jam - SOUND AFFECTS - DELUXE EDITION - la recensione

Recensione del 09 dic 2010

La recensione

Quando, il 30 ottobre del 1982, Paul Weller annunciò lo scioglimento dei Jam, molti kids inglesi reagirono con panico e disperazione. Difficile da capire, da questa parte della Manica e soprattutto in Italia, dove il trio non si fece mai vedere e infiammò i cuori di un ristretto numero di fan: sorte analoga, a ben vedere, a quella toccata anni prima a un illustre predecessore, Ray Davies dei Kinks, geniale ma un po’ troppo British per attecchire nel Continente (e non sarà un caso che le cose siano andate in maniera diametralmente opposta con gli Style Council: innamorati del cappuccino e della Ville Lumière, popolarissimi da noi e osteggiati in patria). Devotissimi agli Who e alla sottocultura mod assai più che al punk e alla new wave allora imperanti, i Jam sventolavano orgogliosi la Union Jack: talmente nazionalisti da cullare per un attimo simpatie conservatrici (Weller si morse la lingua e passò presto dall’altra parte della barricata: diventando, negli anni dello sciopero dei minatori e del Red Wedge, uno dei nemici giurati della lady di ferro Margaret Thatcher). E nel novembre del 1980, quando uscì il quinto album “Sound affects”, erano da tempo, e loro malgrado, i “portavoce di una generazione” che trascinava i loro dischi in cima alle classifiche (due numeri uno di fila, con i 45 giri “Going underground/“Dreams of children” e “Start!”). Contando su un consenso popolare così vasto e su una credibilità conquistata sul campo, potevano permettersi di tutto. Persino di scippare, in “Start!”, la linea di basso e gli assoli di chitarra di “Taxman” ai Beatles senza venire incolpati più di tanto di lesa maestà. Furto riuscitissimo, peraltro, e frutto di un confessato desiderio di emulazione: Weller e il bassista Bruce Foxton, ricordano le note di copertina redatte da John Harris per questa deluxe edition, avevano sviluppato in quel periodo una specie di ossessione per le caleidoscopiche fantasie di “Revolver”; ed ecco spiegate quelle versioni estemporanee di “And your bird can sing” e del singolo “Rain” incluse nel secondo dischetto, per non parlare di quelle chitarre incise al contrario (“Dream time”) che fanno tanto “I’m only sleeping”. La passione per le invenzioni melodiche e i trucchi di studio dei Favolosi Quattro si innestava sui duraturi amori Sixties del trio (Kinks, Who e Small Faces), sempre sospeso tra passato e attualità: in quel periodo l’onnivoro Weller imparò ad apprezzare il sound metallico e metronomico dei Joy Division , la dance minimalista e politicamente impegnata dei Gang Of Four, il pop spigoloso e tagliente dei Wire, i ritmi funky e scintillanti che Quincy Jones aveva confezionato per “Off the wall” di Michael Jackson” . Intanto leggeva i poeti contemporanei del Mersey, e si abbeverava ai versi con cui William Blake e P.B. Shelley (sua la citazione riportata sul retrocopertina) incitavano la nazione alla rinascita spirituale e al recupero della purezza perduta. Poco o nulla da spartire, insomma, con il nichilismo di certi contemporanei; a Weller, proletario di periferia, premeva pungolare l’orgoglio sopito della classe lavoratrice e ricordare che tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio (come canta nel piccolo manifesto socialista di “Man in the corner shop”, musicalmente uno dei momenti più raffinati e beatlesiani dell’album). Influenze apparentemente tanto inconciliabili farebbero immaginare un disco enciclopedico, variopinto e caotico alla maniera del contemporaneo “Sandinista!”. E invece “Sound affects” è un collage in bianco e nero, ben introdotto da quella copertina che affastella immagini ricavate dai dischi di effetti sonori (i “sound effects”) che la Bbc pubblicava negli anni ’70. Un album sfaccettato e “sperimentale”, però stringatissimo (a cominciare dalla durata: poco più di 35 minuit) e tutto suonato in sottrazione. Appena screziato da qualche fugace macchia di colore: uno svolazzo barocco tra le pieghe romantiche di “Monday”, i fiati che in “Boy about town” preannunciano il white soul di “The gift”, dell’Ep “Beat surrender” e poi degli Style Council. Succede che Weller è in stato di grazia e ha voglia di andare subito al sodo. E gli bastano quindici minuti e una chitarra acustica, seduto in un furgone dopo un’abbondante bevuta al pub, per strimpellare “That’s entertainment”, “la Yesterday dei Jam”: un quadretto plumbeo, sardonico e poetico di una Londra caotica che vive in case malsane e ha paura di uscire per strada, ma che continua a coltivare passione e speranza (il bacio di due amanti “che rimpiangono la tranquillità della solitudine”). Resta ancora oggi un flash impagabile di Inghilterra thatcheriana, un colpo da maestro in un disco privo di cedimenti (forse solo lo ska-dub quasi strumentale di “Music for the last couple”, firmato collettivamente dal trio, gira un po’ a vuoto). Il sound è quello di una band democratica, con tutti e tre i musicisti ugualmente indispensabili al risultato finale. Il basso di Foxton (melodico, onnipresente, prepotente nell’intro della ficcante “Pretty green”) la chitarra di Weller (secca, nervosa, mulinante in “But I’m different now”), il drumming agile ed effervescente di Rick Buckler scolpiscono un suono aspro ed elettrizzante; l’incedere marziale di “Set the house ablaze” e i riff avvolgenti di “Scrape away” alzano ancora la temperatura e ricordano che a 22 anni Weller era già un animale politico, un giovane ribelle con una causa: che qui lancia un allarme contro il dilagare delle ideologie neonaziste e poi si scaglia contro il torpore conformista di troppi coetanei. Il messaggio non è invecchiato, la musica neppure: e non per niente è a “Sound effects” che il produttore Simon Dine si è esplicitamente ispirato per disegnare il suono teso e metallico di “Wake up the nation”, ultimo e acclamatissimo album del Modfather. Al disco originale, la deluxe aggiunge un’ora di alternate takes, demo e rarità, per buona parte già spalmate sulla vecchia raccolta “Extras” (1992), sul box set “Direction reaction creation” e in varie antologie: ci sono la versione a 45 giri di “Start!” (senza il riff fiatistico sovrainciso sul finale) e l’affascinante folk acustico della b-side “Liza Radley”, il singolo “Dreams of children” (ma non, chissà perché, il suo alter ego “Going underground”) e una versione “alternativa”, più corposa ma forse meno efficace di “That’s entertainment”, oltre a cover di Beatles, Kinks (“Dead end street”, “Waterloo sunset”) e Small Faces (“Get yourself together”). Ma alla fine è sempre il disco “vero”, quello che conta. Weller, che ha ripreso ad attingervi parecchio dal vivo, lo giudica il migliore dei Jam. Può giocarsela con “All mod cons”, a suo tempo già sottoposto al trattamento deluxe”, ma fidatevi dell’autore. Uno che ancora oggi ha le antenne dritte, e sa quel che dice.



(Alfredo Marziano)
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