«SEE MY FRIENDS - Ray Davies» la recensione di Rockol

Ray Davies - SEE MY FRIENDS - la recensione

Recensione del 26 nov 2010

La recensione

Va bene che i Kinks lo meritano eccome, un posto lassù nell’Olimpo accanto a Beatles e Rolling Stones. Va bene che “You really got me” e “Tired of waiting for you”, “Sunny afternoon” e “Waterloo sunset” sono canzoni da Rock’n’Roll Hall of Fame. Però quel geniaccio di Ray Davies, ultimamente, passa un po’ troppo tempo a lucidare i gioielli di famiglia, e due dischi “retroattivi” uno in fila all’altro sono eccessivi anche per chi ha un lignaggio nobile come il suo. Forse vive un momento complicato, se è vero che continua a litigare a distanza col fratello Dave (e così addio sogni di reunion), che è intenzionato a vendere i suoi leggendari studi di registrazione Konk e che non pubblica un disco di inediti da tre anni. Per inciso: gli ultimi, in particolare “Other people’s lives”, non erano niente male. E il “The Kinks choral collection” dell’anno scorso, con i classici della band riarrangiati per coro e gruppo rock, era quantomeno un progetto curioso e divertente. Ma un disco di duetti…Era proprio necessario, al di là delle comprensibili motivazioni di marketing (“riposizionamento” dell’artista sul mercato a fronte di una nuova generazione di consumatori; richiamo all’acquisto per i fan degli ospiti coinvolti; pubblicazione di un “tappabuchi” in un periodo di probabile inaridimento creativo)? La classe non si discute, le canzoni neanche. E così il disco fila liscio e si ascolta con piacere, ci mancherebbe. Però il suo impianto è fragile, il senso sfuggente e alcuni “guests” faticano visibilmente a entrare in sintonia con la singolare sensibilità British di Ray (Paul Weller e Damon Albarn, che qui spiccano per assenza, sono probabilmente i migliori discepoli in circolazione). Bruce Springsteen, per esempio: che nell’iniziale “Better things” (estratta da “Give the people what they want”, uno dei dischi più “americani” della band) sotterra il povero Ray come avrebbe potuto fare Cassius Clay con Nino Benvenuti, in un incontro di pugilato anni ’60 tra un campione dei massimi e un peso medio. O Jon Bon Jovi, che (complice la chitarra invadente di Richie Sambora) fascia “Celluloid heroes” di muscoli lucidi e palestrati da stadium rock facendo piazza pulita di quella malinconica atmosfera da Viale del Tramonto che caratterizzava l’originale. La progressiva “americanizzazione” del bardo di Muswell Hill, un fenomeno rimarcato già nell’ultimo album di studio e conseguente ai suoi lunghi soggiorni oltre Atlantico, è evidente anche in altre occasioni. “Long way from home”, per dirne una, marchiata a fuoco dalla voce stropicciata della cowboy girl Lucinda Williams: più vicina al Sud degli States che alla natìa North London, in fin dei conti. Mentre gli Spoon, tosti rockers di origine texana, irrobustiscono la svagata psichedelia della title track con concretezza tutta yankee (e comunque rimediano una bella figura, grazie soprattutto ai loro impasti vocali). Sorge anche un dubbio: saranno per davvero tutti amici di Ray, gli invitati alla festa? Paloma Faith ed Amy Macdonald, per esempio, ci fanno un po’ la figura delle imbucate. Di quelle che bisogna invitare per essere trendy e vicini ai gusti dei giovani: su una “Lola” adeguatamente camp, la prima gorgheggia in stile X Factor; mentre la seconda, col suo fortissimo accento di Glasgow, strappa “Dead end street” al music hall per portarla dalle parti del jazz club. Dignitose entrambe, ma anche superflue. Quando il gioco si fa duro, entrano in azione i Metallica e Billy Corgan, e ci può stare: specie per i primi, visto che “You really got me” è il proto metal per eccellenza e fu già fertile terreno di caccia, tanti anni fa, per l’ugola di David Lee Roth e la chitarra mitragliatrice di Eddie Van Halen. Frank Black, alias Black Francis, al contrario, è compunto e misurato, in una buona versione country rock e jingle jangle di “This is where I belong”; gli inglesi P8 sono corretti e filologici in “David Watts” (non c’è storia con quella dei Jam, però) ma danno il meglio in una energica versione garage di “’Til the end of the day” che molto deve alla grinta del compianto Alex Chilton (è stato proprio il suo duetto con Davies, inciso due anni fa, ad accendere nella testa di Ray l’idea di un disco di duetti). E’ il momento più autentico e spontaneo del disco, che ha in serbo altre due piacevoli sorprese: una limpida versione acustica della immortale “Waterloo sunset”, dove la voce pigra e sottile di Davies si amalgama alla perfezione con quella di Jackson Browne; e una medley tra “Days” e “This time tomorrow” che gli emergenti Mumford & Sons vivacizzano con chitarre acustiche, banjo e la loro esuberanza folk rock. Se la cava bene anche Gary Lightbody (Snow Patrol), la cui voce malinconica ed estenuata rende tutto sommato un buon servizio a “Tired of waiting for you”, però il problema di fondo rimane: gli ospiti distraggono l’orecchio e nessuno è in grado di ricreare la magia degli originali, irripetibili cartoline da una Inghilterra in bilico tra beat e nostalgie da Vecchio Impero, Swingin’ London e Green Preservation Society. E si finisce per dare ragione a Paul Whitelaw, recensore della Bbc: “See my friends” è uno di quei dischi che divertono più chi li fa di chi li ascolta.



(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Better things (con Bruce Springsteen)
02. Celluloid heroes (con Jon Bon Jovi e Richie Sambora)
03. Days/This time tomorrow (con Mumford & Sons)
04. Long way from home (con Lucinda Williams)
05. You really got me (con i Metallica)
06. Lola (con Paloma Faith)
07. Waterloo sunset (con Jackson Browne)
08. ’Til the end of the day (con Alex Chilton e The 88)
09. Dead end street (con Amy Macdonald)
10. See my friends (con gli Spoon)
11. This is where I belong (con Black Francis)
12. David Watts (con The 88)
13. Tire of waiting for you (con Gary Lightbody)
14. All day and all of the night/Destroyer (con Billy Corgan)
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